martedì 20 febbraio 2018

Recensione - L'Immortale

Blades of the Immortal


Originale Netflix

The Gardener87


Con le sue rivisitazioni di classici del Sol Levante, Netflix continua a riportare alla luce perle del passato. Ultima di questa serie è il live action de L’Immortale (Blades of the Immortal), capolavoro a fumetti di Hiroaki Samura. Il fumetto è stato pubblicato tra il 1993 e il 2012 e narra le vicende di un ronin condannato all’immortalità.


Perché dico “condannato”?
Dopo avere visto quante volte il protagonista Manji viene fatto a fettine da spadaccini psicopatici che impugnano strane lame, credo che "condanna" sia un termine persino insufficiente a descrivere la tragedia della sua condizione, ma cercherò di darvi una visione d’insieme dell’opera da cui è tratto il film senza divagare troppo.


In piena epoca Tokugawa il ronin Manji, già ricercato per l’omicidio di cento uomini (un numero impressionante, ma destinato comunque a impallidire di fronte alla mattanza che seguirà), riceve il dubbio dono dell’immortalità da una vecchia misteriosa. Per liberarsi da quella che considera una maledizione lo spadaccino fa dunque voto di "uccidere mille scellerati". 

La vicenda inizia col debutto sulla scena di una nuova scuola di arti marziali, l'Ittoryu, capeggiata da Kagehisa Anotsu, la quale inizia a farsi largo con violenza nell'eterna contesa tra i diversi dojo dediti alla pratica della spada. Più simile a una banda di serial killer che a una scuola di arti marziali, l’Ittoryu basa la sua disciplina sul rigetto della tradizione, mettendo la vittoria e il valore marziale al centro, trascurando tutte le formalità e le regole della scherma convenzionale.


Nella lotta per la supremazia Anotsu uccide i genitori della giovane Rin, la quale, su suggerimento della vecchia, si rivolge a Manji per compiere la propria vendetta.
Inizia così un cruento viaggio, durante il quale numerosi personaggi mostreranno una profondità maggiore del previsto, e attraverseranno la linea che divide amici e nemici in diverse occasioni.

Come potete immaginare l'Immortale è ben lontano dalla compostezza formale di Vagabond, di Takehiko Inohue, con molta più azione e, soprattutto, molto più pulp.



Nel fumetto la qualità delle tavole è elevatissima, i personaggi sono fantastici, gli scontri avvincenti e sanguinosi. Il ritmo rimane alto per i primi due terzi della serie, per poi rallentare come spesso capita nei manga, andando a impantanarsi in un finale un po’ ripetitivo.


Da questo materiale prende le mosse il film targato Netflix, che, pur rivisitando in parte il materiale per comprimere 30 volumi in un paio d’ore, è sorprendentemente fedele allo spirito del fumetto.

Gli attori sono tutti assolutamente asiatici, i tempi e le inquadrature ricordano i classici del genere chambara diretti da Akira Kurosawa (I sette Samurai, La sfida del Samurai).

Quello che ne risulta è un classico film “di genere” che, in una certa misura, può risultare un po’ lento a uno spettatore abituato al dinamismo dei film contemporanei, con una colonna sonora piuttosto rarefatta e dialoghi leggermente dilatati che ricalcano lo stile degli anime.
I personaggi principali ci vengono presentati attraverso le proprie caratteristiche distintive. Scopriamo così il malatissimo Kuroi Sabato insieme ai suoi orribili haiku, il sadico Shira e ovviamente Kagehisa Anotsu.



Un po’ sottotono il personaggio di Magatsu, che nel fumetto ha un ruolo ben più importante, ma non si può pretendere tutto da un adattamento come questo.

La storia del live action di Netflix si conclude grosso modo a metà della storia del fumetto, proponendo un finale diverso senza avventurarsi nella parte più debole dell’opera originale. Pur essendo la conclusione che si potrebbe immaginare, questa giunge in qualche misura all'improvviso, quando ancora ci si aspetterebbe qualche altro sviluppo prima del'epilogo, ma potrei essere stato condizionato nel giudizio dall'avere letto il fumetto alla sua uscita.

Concludendo, questo Immortale targato Netflix, pur con qualche difetto, è molto godibile: gli amanti del genere cappa e spada giapponese sapranno sicuramente apprezzarlo, mentre per altri potrebbe rappresentare una valida occasione per avvicinarsi a un genere da cui il cinema d’azione moderno ha tratto molti elementi.
Insomma…
Per me è Sì.


venerdì 5 gennaio 2018

Recensione - La saga di Mordraud

TheGardener87



Ho tenuto questo libro a prendere polvere digitale sulla libreria (digitale) per un po', vuoi perché ero impegnato da altre letture (Horus Heresy, sempre e solo Horus Heresy) vuoi perché il fantasy uscito negli ultimi anni, italiano e non solo, mi ha sempre lasciato un po' l'amaro in bocca.
Quando ho finalmente deciso di iniziarlo ero quindi piuttosto titubante, ma questo romanzo è dell'amico di un amico, e mi sono sentito in dovere di leggere un libro presentato al ComiCon nel 2014, scritto da un autore non solo italiano, ma persino della mia stessa provincia.
Racimolata risolutezza a sufficienza per avvicinare le prime pagine, in poco tempo mi sono trovato a leggere un prodotto di qualità e con un racconto dall'impianto classico ma non banale.
 


Questo libro racconta la storia di tre fratelli, Dunwich, Mordraud e Gwern, spinti alla grandezza dalla loro eredità ancestrale, ma inconciliabilmente separati da un destino avverso; sul sito della saga campeggia in prima pagina il motto "ogni famiglia racchiude in sé i drammi del mondo", quindi possiamo aspettarci che per questi disgraziati le cose non andranno troppo bene.
La narrazione si apre con un flash forward, una scena collocata alla fine dell'intera trilogia e anticipatrice dell'epilogo, ma, se siete come me, la meta non significa niente senza il viaggio necessario a raggiungerla, perciò sono andato avanti per scoprire quali vicende avevano portato a una simile conclusione gravida di malinconia, e che promette sottovoce nuove tempeste; una volta girata l'ultima pagina posso dire che il primo terzo del viaggio è stata una piacevole sorpresa.
 
Lo stile è un po' crudo, molto terreno e magari con un registro un po' troppo contemporaneo, in particolare nei dialoghi, dove l'autore fa frequente ricorso alle parolacce, forse con l'intento di rendere la narrazione viscerale e dare ai personaggi voci più realistiche; personalmente ritengo che nel fantasy "classico" l'uso di termini scurrili renda i dialoghi più spigolosi, spogliando l'atmosfera di qualcosa del suo fascino dal sapore antico, ma si tratta di un'opinione strettamente personale.


Nel corso della storia alcune rivelazioni sono seminate con tale cura e anticipo che quando arrivano c'è ormai poco da scoprire, ma nonostante ciò le pagine scorrono veloci, con una sapiente alternanza tra i punti di vista dei diversi protagonisti.
Tutti e tre i personaggi principali sono ben caratterizzati, dotati di pregi, e – soprattutto – difetti, che li rendono molto umani: la loro debolezza e occasionale superbia smorzano l'eccezionalità delle doti, favorendo molto l'immedesimazione negli eroi e nel loro dramma familiare, specchio di quello delle fazioni in contrasto.

Mordraud e Dunwich sono i protagonisti del primo libro, riservando a Gwern un percorso sicuramente importante che verrà a maturazione nei seguenti capitoli: i fratelli crescono diventando persone diverse, seppur simili nel profondo, segnate dall'ambiente culturale in cui sono immerse e da coloro che le guidano nel difficile passaggio tra infanzia ed età adulta, arrivando a far sfociare in scontro armato il rancore mai sopito, ribollente già dalle prime pagine.


Questa saga non è composta da tre capitoli separati ma è un unico arco narrativo diviso in tre libri, perciò, finito il primo libro, se volete sapere come si è arrivati alla scena di apertura, sarete costretti a leggere anche gli altri due, anche se io non l'ho ancora fatto.
Horus Heresy.
Sempre Horus Heresy.
Ho perso il conto di Horus Heresy.
Ma come va a finire questa saga di Mordraud voglio proprio scoprirlo.

Questo primo libro della saga di Mordraud magari non è perfetto, ma sicuramente ha qualcosa da raccontare, e, in questo panorama fantasy asfittico con in prima linea scritti mediocri, o ancora peggio, niente affatto fantasy (distopico=fantasy, fantascienza=fantasy, un RAL oltre 30.000€=fantasy) fa sperare che il rinnovamento di questo genere importante non sia solo un'utopia, e che magari potrebbe muovere qualche passo anche in terra nostrana.

Piccole cose oscure - Poesia







mercoledì 3 gennaio 2018

Habeas corpus

 
Era la sera del dodicesimo giorno di dicembre dell'Anno del Signore mille-duecentoquaranta, quando i due cavalieri, avvolti in spessi mantelli di lana, giunsero nei pressi dell'innevato e fangoso borgo di Traversara.
Traversara era sorto nei pressi di un castello – poco più di una casa turrita con loggiato –, a guardia di uno dei tanti fiumiciattoli navigabili che sfociava nella valle Fenaria, a un giorno dal porto di Ravenna.
L'anno non era stato dei migliori. Paolo Traversari, decidendo di cambiare fazione, si era alleato coi guelfi Bolognesi attirando su Ravenna l'ira dell'Imperatore. Federico II aveva deviato i fiumi per seccare le paludi e assaltato due volte le porte cittadine, prima che i traditori ghibellini le aprissero dando via libera alle truppe imperiali e alla loro vendetta.
Paolo Traversari era morto durante la battaglia mentre suo figlio Guglielmo era sfuggito alla cattura, rifugiandosi nei territori natii, nel borgo di Traversara, per l'appunto.
Messer Guglielmo aveva già ricevuto i messi dello svevo, per motivi politici che ai due cavalieri non era dato sapere. Tuttavia era proprio per quei motivi che erano costretti a viaggiare sfidando le intemperie.

Quando finalmente si affacciarono sul borgo, stanchi e infreddoliti, era ormai l'imbrunire, e le strade erano deserte. Le case di laterizio, trasandate e parzialmente ricoperte dalla neve sporca di fuliggine, rappresentavano un ben misero epilogo per il loro viaggio. Per fortuna dei due, nella piazza principale, ai piedi del “castello”, si trovava una taverna da cui proveniva un vociare soffocato.
Nell'osteria di Traversara la vita scorreva placida. I paesani se ne stavano a chiacchierare attorno a semplici tavoli sostenuti da cavalletti, gustando vino davanti a moccoli di sego poco luminosi; terminata la coppa avrebbero fatto ritorno alle loro case, ponendo fine a un giorno qualunque. Per l'oste Domenico, invece, il tempo di andare a dormire era ancora lontano.
Il locale era riscaldato da un caminetto sulla parete di fondo da cui provenivano fumo e promesse di stufato di anguilla, che la moglie di Domenico stava preparando per cena. Tra i tavoli si destreggiavano, agili e vivaci, le loro figlie, Silvana e Maria, due ragazze molto avvenenti intente a consegnare brocche e schivare le mani troppo lunghe di avventori scandalosamente audaci.
Nonostante l'atmosfera piuttosto chiassosa, Domenico sentiva che quella sera la consueta allegria era appannata da una sottile inquietudine per colpa dei sussurri sull'efferato omicidio del messo imperiale. Si diceva fosse stata opera di un mostro e, anche se tutti ne parlavano – tra preghiere e invocazioni, tentando di minimizzare l'accaduto e badando a tener sempre bassa la voce –, avevano davvero paura di cosa sarebbe potuto accadere dopo.
Sicuramente i funzionari dell'Imperatore avrebbero mandato qualcuno, e quello sarebbe stato ben peggiore che affrontare un mostro. La sorte della città di Ravenna ne era una chiara testimonianza.


Il vociare si interruppe bruscamente quando una folata di vento gelido attraversò la sala. Il fumo si dissipò in vortici, aprendosi su due figure ferme sulla soglia, circondate da mantelli da viaggio fin troppo simili a sudari. Calò il silenzio, quasi sulla porta si fosse presentato l'angelo della Morte. I mantelli scuri portarono alcuni a farsi il segno della croce e invocare l'aiuto di san Michele Arcangelo. Quando il primo dei cappucci si abbassò rivelò un viso anziano dall'aspetto benevolo, ma dallo sguardo attento e calcolatore. I capelli brizzolati e le rughe avrebbero indotto a pensare che si trattasse di un vecchio viandante, ma i tremuli riflessi della luce sulla cotta e sull'elsa della spada che sbucavano dal mantello, rivelavano una storia ben diversa.
Il compagno del vecchio appariva ancora più temibile, nonostante fosse poco più che un giovanotto. Alto e ben piazzato, aveva un viso all'apparenza angelico, su cui si aprivano occhi che avevano visto ben più di quanto il Signore avrebbe dovuto mostrargli. Domenico riconobbe subito quello sguardo disilluso, lo aveva già visto durante i suoi viaggi giovanili, prima di trasformarsi in taverniere. Senza nemmeno accorgersene, l'oste sfiorò la cicatrice lasciatagli in viso da una scimitarra nella sua vita passata.
Il ragazzo, al contrario del suo compagno anziano con la cotta d'arme blu e oro degli Anastasi di Ravenna, indossava solamente una cotta di maglia con uno sdrucito farsetto rosso sbiadito, lo stemma imperiale cucito sul petto. “Un sergente”, intuì Domenico.
Il Silenzio continuò a saturare la stanza fin quando i due forestieri, dopo aver appeso i mantelli fradici al muro, presero posto al limitare di un tavolo ancora libero per metà. Pareva non volessero spaventare troppo agli altri avventori, già visibilmente scossi.
Domenico, dal suo posto accanto alle botti, si avvicinò ai nuovi avventori con un sospiro.
I due non parvero molto loquaci, tuttavia si presentarono secondo l'etichetta. Il nobile rispondeva al nome di messer Pietro Anastasi ed era l'investigatore incaricato dal Gonfaloniere di Ravenna, mentre il più giovane era Carlo Mainardi, Serragente dell'esercito dell'Imperatore stanziato in Ravenna. Domenico comprese subito che la cosa era seria. Un messo imperiale e un investigatore avrebbero presto trovato un colpevole. Il suo timore era che fosse realmente il colpevole...

Maria e Silvana servirono immediatamente i due ufficiali, i quali presero a guardarsi intorno cercando di capire con chi avessero a che fare. Dopo qualche attimo, Pietro si alzò in piedi schiarendosi rumorosamente la voce, ottenendo un nuovo, opprimente silenzio. Quando parlò, fu come udire la voce di Dio nel Giorno del Giudizio.

«In nome di Sua Maestà l'Imperatore e di Sua Eccellenza il Podestà di Ravenna, informiamo che il borgo di Traversara è attualmente inquisito per l'ignobile assassinio del Messo Imperiale Wilhelm Fugger, occorso tre giorni or sono. Pertanto, chiunque possegga informazioni utili, è pregato di presentarsi al mio cospetto, per dichiarare quanto conosce.» La voce dell'uomo, forte e salda, dovette instillare negli animi dei presenti una certa soggezione, poiché alcuni lasciarono frettolosamente la locanda, in fuga da una faccenda che, sapevano, sarebbe divenuta troppo insidiosa, attirando su di sé gli sguardi gelidi dei due nuovi venuti.
Qualche minuto dopo, al termine di un pasto concluso con calma affettata nonostante il proclama di messer Anastasi, uno dei frequentatori abituali dell'osteria, ben vestito, anche se chiaramente non ricco, lasciò il suo posto. Si alzò ripulendosi la bocca con la manica, camminando con passo sicuro e altero verso i due messi. Al fianco portava una spada al cui ingombro pareva essere abituato. Sarebbe potuto apparire un bell'uomo, se non fosse stato per l'orrenda butteratura sul viso.
«Sono Alcide Cavalieri, Bargello di Traversara. Servo vostro, miei signori.»
I due ufficiali imperiali ricambiarono il saluto, per nulla impressionati dalla presentazione inutilmente pomposa, poi i tre iniziarono cordialmente a discorrere tra un bicchiere di vino e l'altro, sempre sotto stretta osservazione di Domenico, che non intendeva perdersi nemmeno un battito di ciglia. La gentilezza dei messi del Gonfaloniere poteva tramutarsi in una condanna nel tempo di un Amen.

 
Il Bargello raccontò che erano stati i suoi a recuperare il corpo. La vittima sembrava essere stata squartata da una fiera: le viscere erano fuoriuscite e si sarebbe potuto accusare un lupo, se non fosse stato per i tagli sulle braccia, come se il messo avesse voluto difendersi da un attacco improvviso. Ovviamente Alcide aveva fatto rimuovere il corpo quasi immediatamente, ordinando che si portasse nella chiesa di Santa Maria in Scheta, poco distante dall'osteria. Nessuno, oltre a lui stesso, due guardie e gli ecclesiastici aveva visto nulla, ma i sussurri che facevano da contraltare alla loro conversazione rivelavano chiaramente che il dono della riservatezza non era poi molto diffuso da quelle parti.
Il Bargello precisò che il messo era giunto di mattina presto, mentre il suo corpo esanime era stato ritrovato dalla ronda ben dopo l'imbrunire, il che, aggiunse con sguardo ironico, avrebbe dovuto aiutarli a mantenere una certa discrezione.
Alcide riferì anche che dal corpo non era stato preso nulla, nemmeno il denaro.

Quei particolari parvero disorientare i due investigatori, tanto che messer Pietro dichiarò che, anche se a tutti gli effetti l'odioso crimine appariva come un omicidio passionale, compiuto forse per gelosia o per vendetta, non poteva esserlo, dato che il povero messer Wilhelm non era mai stato da queste parti prima, né trovava giustificazione la violenza operata sulla vittima, che di certo non poteva essersi macchiata di colpe tali da motivarla.

Perché tanta brutalità su un uomo dell'Imperatore, nel bel mezzo del borgo? Davvero aveva suscitato nel prossimo tanto odio in un giorno soltanto?
Eppure, difficilmente poteva trattarsi di una ritorsione politica. Cosa avrebbe potuto Traversara dopo che anche Ravenna era caduta così miseramente? Messer Pietro si grattò la nuca.
«I miei signori desiderano dare uno sguardo al corpo?» domandò il Bargello. Il tono era quello di chi stesse offrendo un'altra fetta di torta ai suoi ospiti.
Prima di congedarsi Alcide aggiunse che in tal caso la mattina seguente li avrebbe accompagnati in chiesa. Pietro e Carlo acconsentirono, ma il Serragente aggiunse che per l'indomani si organizzasse un raduno della popolazione nella chiesa stessa, affinché tutti potessero essere interrogati.
Sì, decise Domenico, strofinando una coppa di legno: quegli sciocchi avrebbero fatto meglio a restare seduti, invece di farsela sotto e andare a rinchiudersi in casa.
Il Bargello si accomiatò cordialmente con un cenno del capo, lasciando che i due messi potessero riposarsi dalle fatiche del viaggio.


Il giorno seguente, poco dopo l'alba, messer Pietro e Carlo si ritrovarono con Alcide, mentre le guardie cominciarono il rastrellamento della popolazione radunandola verso la chiesa. Il Serragente, ponendo fede che il tempo non peggiorasse di nuovo, allestì sul sagrato un tavolo da interrogazione.
Padre Giovanni, il parroco – un omone dal corpo di cavaliere più che di prete –, sopportò di buon grado tutto il trambusto, e accompagnò messer Pietro all'esame del corpo.
La cripta era fredda e buia, umida, e questo cominciava a danneggiare il corpo: nonostante fosse stato cosparso di rametti di rosmarino e semi di finocchio, appestava l’aria con gli effluvi tipici della morte. Quando Pietro lo esaminò lo trovò lindo e pulito, con appena una leggera smorfia di dolore impressa sul viso – in stridente contrasto con l'efferatezza dell'aggressione – e trovò i segni di piccole stoccate che dal palmo delle mani uscivano sul dorso. Colpi inferti con violenza da una lama sottile e corta, simile a quella di un temperino. Non un grande aiuto, in verità: tutti, bambini compresi, ne portavano uno per le faccende quotidiane.

Pietro decise di esaminare anche gli oggetti del defunto, così il parroco chiamò il suo canonico, frate Ugo. Era sulla trentina, il fisico gracile e una vistosa gobba sulla schiena; un francescano. Il saio aveva le maniche troppo lunghe, e il volto, lo sguardo elusivo, suscitò in Pietro una certa familiarità, forse il ricordo di qualcuno conosciuto altrove. Il monaco giunse con un involto contenente i vestiti strappati e intrisi di sangue di Wilhelm, la sua spada e la sua misericordia infoderate – parevano nuove –, una scarsella con pochi ravegnini piccioli e alcuni bolognini grossi. Il denaro non era molto, ma più di quello che una persona comune avrebbe racimolato in mezzo anno di duro lavoro. Esclusi il furto e il delitto politico, Pietro tornò a interrogarsi sull'ipotesi passionale. Che si trattasse davvero della cieca furia di un amante deluso? Quale fanciulla era riuscita a scatenare tanta brutalità in un uomo?

Quando riemerse dalla cripta, ancora perso nei suoi pensieri, trovò Carlo intento a incidere appunti con uno stilo di bronzo su un taccuino fatto di tavolette di cera. Anche se i villici non erano molti, nel breve tempo dell'esame sul cadavere Carlo non sarebbe stato capace di interrogarli tutti. Così si sorprese quando il suo compagno si affrettò a ragguagliarlo su quanto scoperto dalla voce di una testimone diretta, Domenica Bubani, figlia della lavandaia, una giovane timida e timorata di Dio.
Era emerso che la mattina in cui Wilhelm era giunto al borgo, mentre si recava in locanda, si era imbattuto nella giovane che, piangente, quasi gli era caduta addosso. Il messo, dopo averla accolta benevolmente tra le sue braccia, l'avrebbe rassicurata e interrogata sull'accaduto, venendo a conoscenza della mano pesante e dell’indole violenta del padre di lei. Persino la moglie di costui recava sul viso una deformità alla mascella dovuta alle percosse. Wilhelm, evidentemente dotato di un cuore onorevole, si sarebbe recato a parlare col padre della fanciulla, causando una colluttazione in cui l'uomo, Antonio Bubani, avrebbe avuto la peggio. Domenica per ringraziarlo del suo intervento gli avrebbe regalato un fazzoletto con una margherita ricamata.
Carlo, scusandosi per non essere riuscito a scoprire qualcosa riguardo alla morte di Wilhelm, indicò la fanciulla in questione. Era una ragazza nel fiore degli anni, dal viso delicato, bella come un mattino di primavera ma deturpata da una zoppia conseguenza delle vessazioni subite. I due messi rimasero per qualche istante a fissare Domenica, ancora ferma sul sagrato e affidata alle confortanti premure di frate Ugo, e si accorsero di non essere gli unici, anche se non tutti guardavano la ragazza con benevolenza.
Tra la folla scorsero l'astio del padre, già inebriato dai fumi dell'alcol di prima mattina, la frustrazione della madre, sul punto di scoppiare in lacrime, e l'espressione indecifrabile dell'oste, che pareva essersi fatto carico del ruolo di chi controlla il controllore.
All’improvviso, come in un'epifania, Pietro collegò quanto riferito da Carlo a quanto esaminato nella cripta, e parlò ai paesani: «Qualcuno, tra voi» tuonò «si è macchiato di un crimine orrendo, ed è così arrogante da portare addosso la prova di tale reato. Uno di voi» ripeté, lasciando vagare lo sguardo «ha recato offesa a Dio e all'Impero, e oggi sarà punito.»


Il cavaliere prese in disparte il Serragente e d'un tratto Domenico comprese che dovevano avere scoperto qualcosa, e occorreva stare attenti. Qualsiasi cosa la ragazza avesse raccontato doveva essere più che sufficiente, nonostante lui conoscesse dettagli che gli altri ignoravano. Cominciò a fissare la sua preda, colui che immaginava come il più probabile sospetto per quel crimine, pronto ad agire.
I due investigatori fecero rincasare i paesani, molti dei quali erano reticenti a tornare alle faccende di casa dopo quell'intrigante e macabro diversivo.
Domenico non se ne andò subito, ma si attardò sul sagrato, continuando a vigilare fino a quando i due stranieri gli si avvicinarono per domandargli del cavallo di Wilhelm. Pressato dalla loro autorità, perse di vista il suo colpevole e, a malincuore, li condusse alle stalle dell'osteria. Lungo la strada si interrogò se rivelare i suoi sospetti agli investigatori, ma si trattenne: un'ingiusta accusa sarebbe stata un peccato grave.

Accanto allo splendido roano di Wilhelm, si trovavano la sella e le sacche appartenute al messo, un po’ sbilanciate sul cavalletto che le sosteneva. I due le esaminarono a fondo e, dentro di esse, trovarono quello che stavano cercando. Il fazzoletto con la margherita ricamata apparve nelle mani di Carlo assieme a un dettaglio inatteso: la stoffa era macchiata di sangue. L'impronta di una mano insanguinata era chiaramente visibile. Solamente l'assassino poteva averla portata lì; Wilhelm non aveva ferite alle mani precedenti al suo decesso, e di certo non aveva riposto il fazzoletto dopo l'aggressione. La macchia inoltre era più densa in un punto, vicino al pollice, si era allargata nel punto in cui la stoffa era stata stretta: l'assassino doveva essersi ferito al momento dell'aggressione.

Domenico quindi comprese: il suo sospetto doveva aver portato lì il fazzoletto quando Pietro gli aveva chiesto delle stalle, in tutta fretta. Se era così, doveva trovarsi ancora nei paraggi. L'oste corse via dalla stalla, convinto di riuscire a catturare il colpevole, ignorando le grida dei messi stupefatti. La sua mossa indusse i due cavalieri a inseguirlo. Anche se rallentato dalla cotta il Serragente gli fu subito dappresso. Domenico corse a perdifiato: se avesse fallito, Dio avrebbe dovuto avere cura della sua famiglia.

Carlo non sapeva spiegare la reazione dell'oste, non gli era parso un cattivo uomo, ma un innocente non fugge. Doveva catturarlo. Lo vide scartare improvvisamente a sinistra verso una zona innevata che separava la chiesa dall'osteria. Solo allora si accorse dell'altra figura scura che correva con incedere agile, seppur scomposto, diretta verso la chiesa, piegata in avanti come fosse protesa verso una meta ormai vicina. L'oste accelerò, sorprendendo Carlo col suo vigore, e si gettò come una furia sulla sagoma gibbosa del fuggitivo, buttandolo in mezzo alla neve. I due si accapigliarono, poi lo sconosciuto lanciò un urlo quasi disumano, e un guizzo argenteo apparve tra i due. Carlo arrivò nel momento stesso in cui vide il metallo macchiarsi di sangue, e l'oste scagliare un violento pugno al volto della figura distesa sotto di lui, facendole perdere i sensi. Carlo spostò violentemente Domenico da sopra l'uomo, ormai incosciente, mentre Pietro, affaticato, li raggiunse e si sincerò delle condizioni dell'oste, a malapena scalfito da un temperino da amanuense.
Il vecchio messo, ripreso fiato, constatò che la figura a terra altri non era che fratello Ugo, la cui mano sinistra, ancora stretta attorno al temperino, era fasciata per una ferita precedente.


Fratello Ugo fu arrestato, Domenico contemporaneamente biasimato e ringraziato per il suo ardire. Gli investigatori condussero il frate francescano in chiesa, dove ascoltarono la sua confessione.
Sotto pressione rivelò la sua illecita brama d'amore per Domenica, per quella pia fanciulla che passava tanto tempo in sua compagnia e lo aveva costretto a gravi penitenze nel tentativo di resistere alle tentazioni della carne. Poi aveva visto lo sguardo di Domenica per il cavaliere alemanno. Lui avrebbe dovuto soccorrerla, un servo del Signore, il suo confessore, non uno straniero con l'unico merito di essersi trovato sulla via di lei nel momento del bisogno! Aveva visto il bacio rubato da quel barbaro prima che lei gli regalasse un pegno d'amore fatto di lino, un lino che lui stesso le aveva regalato mesi addietro!
L'ira lo aveva accecato. Aveva atteso che il cavaliere facesse ritorno alla stalla dell'osteria, a lungo, troppo a lungo. Le immagini che la sua mente inventò per giustificare quel ritardo moltiplicarono la sua furia. Quando vide il germanico congedarsi da un abbraccio della fanciulla, impunemente, in pubblico – in presenza della madre stessa di Domenica! – attese che le due donne sparissero alla vista, e senza che Wilhelm se ne avvedesse, lo aggredì gettandolo a terra, colpendo con tutta la forza che aveva in sé, straziandone il corpo, cercando dentro di esso qualcosa che giustificasse l'amore di Domenica per lui – doveva esserci! –, ma per quanto frugasse, non trovò altro che viscere e sangue peccaminoso. Si consolò riprendendo il fazzoletto, il suo fazzoletto.
Dopo il resoconto, Pietro ricordò dove avesse visto quel frate, all'epoca rispondente al nome di Ugo Onesti, un depravato violento frustrato dalla propria deformità, un lascivo capace di compromettere la virtù della sua stessa sorella. Condannato era riuscito a fuggire e a far perdere le sue tracce. Punendolo per le sue colpe, ora l’avrebbero risarcita.

Pietro era affranto per la morte di Wilhelm, ma poi comprese la ragione per cui Dio li aveva voluti a Traversara: giustizia. Giustizia per due anime indifese.

venerdì 29 dicembre 2017

Canti del solstizio d'Inverno


Bagaglio migliore
non si portano gli uomini in viaggio
di un gran buon senso.
Della ricchezza, più utile
si rivela in un paese sconosciuto:
tale è la salvezza del disperato.
--
Hàvamàl, Il Discorso di Hàr


Accadeva da diverso tempo che i villani di Bolungavik prestassero poca attenzione agli dei.
Li assorbivano le attività dei pascoli, della pesca e dell'artigianato, tanto da far loro dimenticare di onorare Thor e Artia. Si resero conto troppo tardi del loro peccato, spendendosi in preghiere e piagnistei.
I superni erano adirati, e la stagione sarebbe stata particolarmente dura: il ghiacciaio era arrivato al limite del paese, e non accadeva da una generazione intera. Per un uomo a piedi il passo di Ùlfur era ancora sicuro, ma, di fatto, Bolungavik era rimasto in isolamento.
Il bestiame veniva tenuto in casa – sopravviveva a stento –, e la notte le famiglie si stringevano tutte nel badstofa per scaldarsi col calore dei corpi, ma le scorte di legname si sarebbero esaurite con almeno un mese d'anticipo, nonostante gli sforzi.
Nella casa di Beod, il figlio maggiore Sigur perse la pazienza: «Occorre cercare aiuto! Siamo quasi privi di fuoco, come faremo senza?»
Suo fratello minore, Bjorn, gli parlò con pacatezza: «Dobbiamo pregare gli dei, aver fede. Non lasceranno morire i loro figli.»
«È questa la tua idea? Questi i tuoi consigli? Gli dei ci stanno punendo, oppure ci hanno abbandonato!»
«Nessuno conosce il loro volere, fratello. Non abbiamo controllo sul fato.»
«Voi restate qui a pregare» disse Sigur, colmo di frustrazione «me ne vado, così ci sarà più legna per voi. E mentre vi scaldate, cercherò una soluzione.»
Così, il 9 di gennaio, nel giorno di Raud il Forte, che aveva pagato con la morte il bene della sua gente, Sigur decise di partire alla ricerca di legname, coraggiosamente.

 
Bjorn rimase a casa, guardò il fratello allontanarsi. Stavano sempre insieme, ma erano talmente diversi! Rivolse un'invocazione al cielo, perché il senno lo colmasse di nuovo, ma non accadde nulla.
Sigur lo aveva accudito da sempre, da quando dormiva nella culla. Cosa avrebbe fatto se non fosse tornato?
Col cuore gonfio di timori si lanciò fuori, ma Sigur era svanito.
Le grida dei genitori si persero nell'aria. Ormai era deciso: avrebbe cercato di riportare a casa il suo sangue, il suo amico.
Sigur e Bjorn erano fratelli cacciatori, nati e cresciuti nel villaggio, da poco divenuti adulti. Avevano ignorato le suppliche delle loro famiglie, gli ammonimenti dei vecchi e persino gli insulti, e si erano allontanati coperti di pelli lungo il passo di Ùlfur, portando con sé la speranza di poter salvare Bolungavik da infausti destini, unico loro scopo. Prima era andato Sigur, e Bjorn poco dopo.
Ben presto si scatenò su tutto una forte tempesta, la neve che turbinava e impediva di vedere a tre passi nella foresta. Separati senza sapere dell'altro, si coprirono coi cappucci di pelliccia, ma prima di metà mattina, disperati, dovettero riparare sotto le rocce.
Sigur piangeva la mancanza dei suoi cari, che temeva di non rivedere. Bjorn cercava il fratello, pieno di rimorso per averlo lasciato andare.
Il valico avrebbe richiesto tre giorni interi, così Sigur e Bjorn ripresero il proprio cammino appena possibile, perché sapevano quanto ogni istante perso potesse significare.


 Durante il terzo giorno, quando le montagne stavano per aprirsi di fronte ai due cacciatori, il gigante Thun mandò una valanga per tagliarli fuori, impedendo loro la strada del ritorno.
Sigur e Bjorn erano soli, e non c'era verso di tornare indietro, se non aggirando l'intera catena dei Fornfjöll in un lungo giro in tondo.
I due fratelli decisero di non perdersi d'animo, affrontando un problema alla volta: Sigur si disse che prima di tornare a Bolungavik doveva trovare il legno. Bjorn, osservando la furia degli elementi pianse, ma se anche avesse trovato soltanto un corpo, per Thor, doveva riportarne a casa un pegno.
Così proseguirono entrambi lungo passaggi scivolosi, discendendo dal fianco del monte.
Bjorn si diresse a ovest, Sigur a oriente.
Sigur costeggiò la grande roccia e il suo sentiero prese a salire, svanendo tra le chiome degli alberi, nell'abbacinante niente. Non si voltò mai.
Bjorn guardò a lungo indietro, prima di incamminarsi, domandosi se avrebbe rivisto casa e trovato suo fratello, prima o poi.
Sigur si fece strada nella neve per due giorni interi, maledicendo il cielo, sfidando Odino, riparando sotto le rocce e il tronco di un vecchio pino; la notte sopportò il gelo e i sogni più neri.
Quando gli erano rimasti solo un corno di sidro e nemmeno due tozzi di pane interi, scorse nel bianco le forme di case lontane. Non sarebbe morto! Aveva avuto ragione nel creasi il proprio destino. Dal comignolo della fattoria saliva una sottile colonna di fumo, e il cacciatore corse per arrivarle vicino.
Accanto alla casa sorgeva un grande capanno privo di porta, senza camino. Il tetto era spiovente, e al suo interno centinaia di tronchi stagionati erano stipati e ordinati in cataste promettenti.

 
Sigur bussò con veemenza e gli vennero offerte ospitalità e vino caldo speziato, come d'usanza. Cenarono in una piccola stanza, e il ragazzo, lieto della sosta, raccontò al contadino e alla moglie del suo viaggio e del bisogno di Bolungavik, suo minuscolo villaggio.
Il contadino si consultò con sua moglie, poi avanzò una proposta: «Un orso funesta le nostre terre e ci impedisce di pascolare il bestiame. Senza le pecore moriremo di stenti e di freddo. Trovalo durante il letargo di questi giorni, uccidilo, e avrai il legname.»
Sigur accettò con vigorose strette di mani. Era lieto di poter offrire in cambio qualcosa, e uccidere un orso gli avrebbe assicurato lustro tra i suoi compaesani, forse persino procurato una sposa.
«Mangia ora, e dopo riposa. E per la tua impresa, impugna questa.» Il contadino e sua moglie lo rifocillarono, poi la donna gli porse una robusta lancia che era stata del suo primo figlio, morto nel tentativo di uccidere la bestia.
Sigur seguì le indicazioni della coppia, e si addentrò nella foresta.
Camminò per mezza giornata e giunse di fronte una parete verticale, una grotta con l'entrata coperta da una piccola slavina.
Si fece largo con la forza del braccio, scavando con le mani nella neve, finché non ricavò un passaggio. Dall'altra parte si apriva una caverna.
Sigur ascoltò il silenzio, prestò attenzione. Non c'era molta luce, e lasciò che gli occhi, abbagliati dalla neve, si abituassero alla sua diminuzione.
Nella grotta scorse un corpo raggomitolato. Il grande animale riposava a pochi passi da lui, addormentato.
Il cacciatore sollevò la lancia e avanzò con passo di velluto. Sapeva come muoversi di fronte a una preda: non avrebbe avuto altre possibilità. Quando fu a meno di due passi si preparò a scagliare, ma qualcuno prese a gridare, e gli si gettò addosso.
«No!» urlò Bjorn, sbucato da sotto la mole dell'orso.
Sigur se lo scrollò di dosso e si apprestò di nuovo a colpire. La lancia fece resistenza, e lui la strattonò. Bjorn gridò di dolore, il sangue macchiò i suoi vestiti. L'orso, svegliato dal trambusto, osservava la scena, senza capire.
Sigur guardò con orrore la punta di ferro macchiata di rosso. «Bjorn! Spostati!»
Bjorn, privo di forze, cadde in ginocchio, mormorando: «Non posso».
«Solo uccidendo l'orso avremo il legname. È un assassino e un ladro di bestiame!»
«Sono stato travolto da una bufera. L'orso mi ha protetto e riscaldato, mi ha sfamato col suo latte e perciò mi sono salvato.»
«Dobbiamo andare, fratello, sei ferito. La sua vita per la tua e quella della tua gente.»
«È un pesante fardello, non voglio condannarli, ma nemmeno essere ricordato per la morte di un animale innocente.»
Il grande orso sbucò da dietro Bjorn, placidamente, calpestando una pozza di sangue, mettendosi nel mezzo.
Sigur lo guardò negli occhi, e qualcosa, nella sua determinazione, si incrinò. Abbassò la lancia e disse: «Non è questo l'orso che cerco, la paura mi ha reso pazzo. Il suo sguardo è puro, e non c'è animosità in lui. Per questa caccia ho rinnegato gli dei e colpito mio fratello. Mi ero sbagliato.»
Per tutta risposta, l'animale emise uno sbuffo, una nuvoletta d'aria fredda e fiato condensato.
Sigur scorse nello sguardo dell'orso le pene dei suoi cari, la sofferenza del villaggio. Era solo una visione, ma gli ricordò l'urgenza. Prese un lungo respiro, poi proseguì: «Se l'uccido il contadino ci darà comunque la legna. E un predatore in meno minaccerà gli armenti.»
«Non è questo che nostro padre ci ha trasmesso, Sigur. Il braccio stringe la lancia, ma è il cuore che la muove. Porteresti con te la colpa, i tormenti.»


Sigur esitò.
Prima che qualcuno parlasse di nuovo, l'orso si sollevò su due zampe. Era tanto grande da sfiorare col muso il soffitto dell'ambiente. Poi il suo corpo prese a tremare, scosso dai cambiamenti.
Rimpicciolendosi perse il pelo e assunse le sembianze di una bellissima donna. Aveva occhi verdi e lunghi capelli castani e setosi. Dalla grotta scomparve la paura.
«Io sono Artia, Signora della natura, e vi darò il mio aiuto» disse la donna. La sua voce era una brezza leggera sulla riva di un lago, la melodia di un liuto.
«Non ho nulla da offrire, sto morendo, e ho già bevuto il tuo latte!» spiegò Bjorn disperato, inginocchiandosi di fronte alla dea, tremante.
«Hai mostrato fiducia in un animale selvaggio e pietà per gli innocenti, questo è sufficiente.»
«Stavo per toglierti la vita! Ho colpito la mia famiglia!» le gridò Sigur, affranto.
«Cercavi di aiutare. Tu hai guardato nei miei occhi, io nel tuo cuore. La tua mano tremava già da prima: non avresti colpito, solo pianto.»
Guardando la dea, Bjorn esalò l'ultimo respiro, e il suo spirito volò sul ponte bifrǫst, tenendo verso la casa dei padri la rotta.
Artia sollevò il suo corpo tra le braccia e uscì dalla grotta, e ovunque posasse il piede la neve cedeva il passo ai fiori.
La Signora dei boschi condusse Sigur di fuori, dai contadini, e promise che non sarebbe più successo niente; nessun orso avrebbe turbato la quiete dei loro giardini, perché i due fratelli le avevano restituito fiducia nella gente.
Promise di intercedere con Odino, padre degli dei, perché l'inverno si mostrasse clemente.
Adagiò Bjorn su una piccola collina, e un grande albero sorse dalle sue spoglie. Aveva un largo tronco e forti rami. Era una pianta viva, ma non aveva foglie.
Artia lo accarezzò. «Questa è la fonte del legno che vi concedo. Vi terrà caldi e al riparo dal gelo. Creerà nuovi rami e sarà un protettore.»
Sigur ammirò il prodigio e salutò il fratello, promettendo di imparare da chi gli era stato migliore.
Artia creò una slitta di tronchi con un canto leggero, e per permettere a Sigur di trasportare il legname a Bolungavik, fece sorgere un lungo sentiero.
Era il 14 di gennaio, giorno di Thorrablot, con il sole che cominciava già a risplendere più a lungo, quando Sigur, salutata la dea, riportò in paese la vita.
Da allora nessun orso fu più ucciso a ovest dei monti, e delle greggi nessuna mattanza.
Sulla collina di Hæð Fórnar si staglia ancora una quercia antica, e al valico di Ùlfur fu cambiato il nome. Divenne Ferð Von, Passo della Speranza.

 

martedì 26 dicembre 2017

Bright

- Originale Netflix

[no spoiler]


In queste vacanze ho deciso di recuperare tutta la nerditudine di cui mi sono dovuto privare negli ultimi mesi, per via del lavoro. Così ho dato fondo ai gighi mensili e ho guardato diverse cosette, tra cui questo Bright, il cui trailer messo in bella mostra sul mio profilo Netflix mi aveva da subito incuriosito.

Innanzitutto mi ha colpito la qualità della produzione. Sempre più spesso i prodotti a marchio Netflix si distinguono per l'alto impatto visivo, assolutamente in linea con quello dei film che vengono distribuiti nei cinema (e anzi, rispetto alle ultime cose che ho visto, decisamente superiore. Capito "Star Wars: The Last movie i'm going to pay for"?).

Secondo, ho avuto immediatamente l'impressione che potesse essere il film in cui Will Smith recuperava la verve perduta. Non un super macho con manie di protagonismo come è stato, ad esempio, per i deludenti Suicide Squad e Men in Black III, ma un personaggio "normale", vicino alla cinquantina, umano e concreto.


Terzo, il trailer mi ha proposto un'ambientazione in cui orchi, elfi e umani popolano il mondo contemporaneo con una formula che - pur non essendo innovativa - veniva proposta secondo una prospettiva che mi ricordava molto District 9. Tutto è infatti assolutamente realistico; non si indulge in super effetti speciali, ma si punta sugli aspetti relazionali di una società multirazziale.

In questo mondo alternativo scopriamo gang di orchi che lottano con i portoricani per il dominio del quartiere, discriminati e ghettizzati in quanto colpevoli di essere passati al Male in un tempo ormai remoto, che però continua a fomentare l'odio razziale. La metafora sulle odierne controversie religiose e sociali non è nemmeno velata, ma Bright non è un film pretenzioso. Non è un finto fantasy con velleità intellettuali di analisi e critica alla società contemporanea. Bright è un vero fantasy che sfrutta il nostro mondo per costruire una realtà alternativa solida e convincente.


La vicenda è ambientata in una Los Angeles dominata da una casta di ricchi e spocchiosi elfi, biondi, bellissimi e diafani ma più intolleranti di Calderoli e Borghezio messi assieme. Il nucleo più numeroso della popolazione è costituito dagli umani, e alla base della piramide sociale troviamo gli orchi, che sono i paria e gli esclusi. La loro colpa? Aver scelto di schierarsi con il Signore Oscuro duemila anni prima. Da allora molte cose sono cambiate, ma non l'odio delle altre razze per loro.

Il look delle creature è molto curato, e, anche in questo caso, non è mai eccessivo. Gli elfi, coi tratti spigolosi, gli zigomi alti e gli occhi luminosi, ricordano molto quelli di Warcraft (eccezion fatta per le le orecchie telescopiche). Gli orchi hanno le tipiche zanne sporgenti e una pigmentazione rosa-blu che ne rappresenta il tratto caratteristico e originale. Altre creature fanno apparizioni fugaci: tra loro le odiose fatine, considerate insetti fastidiosi, una donna dall'aspetto umano ma dotata di palpebre nittitanti come il cefalopoide che Will Smith insegue in Man in Black, e infine i nani, citati, ma mai mostrati.


Protagonista delle vicende narrate è Ward, poliziotto a cui hanno appioppato un compagno orco, Jakoby, cosa che, nonostante il carattere tranquillo del collega, gli creerà inimicizie e problemi a non finire.
Sullo sfondo della loro travagliata collaborazione si muovono gruppi di potere, sette, gang e si profila il ritorno del Signore Oscuro.

Bright è nel complesso molto godibile, un mix ben riuscito di action movie, poliziesco e fantasy.
Ha qualcosa del scify sociale di District 9 e del fantasy moderno e leggero di Blade, sequenze spettacolari e diverse battute molto divertenti, inoltre, soprattutto nella seconda parte, con l'ingresso in scena della malvagissima elfa Noomi Rapace (Uomini che odiano le donne, Prometheus), introduce un certo grado di cattiveria e persino qualche scena turpe.


Insomma, Bright mi è piaciuto. Forse non entrerà nell'Olimpo dei film più spettacolari di sempre, ma mi auguro che la scelta di una produzione Netflix possa premiarlo, e magari chissà, favorirne un seguito. Io me lo guarderei.



martedì 19 dicembre 2017

Il sergente Barolo e la nascita degli eroi


by The Garderner87 & T.J. Valery

"Stasera ci vediamo?"
"Sìsì, ci sono."
Arrivo, mi siedo al tavolo, e vedo che è tutto imbandito per giocare di ruolo: dadi spaiati, matite cortissime, frammenti di gomme talmente luride che si potrebbero usare in sostituzione dei pennarelli indelebili.

"Maaa... iniziamo una campagna?"
"Non lo avevi capito?"
Così il master tira fuori dei preventivi per condizionatori dicendo: “pescane uno”.
Il preventivo rivela, nel lato posteriore, una scheda molto essenziale scritta a mano, con sopra un nome:
Rubeo Tanicus.
 
A questo punto il master sfodera dei quadratini di carta e ci fa pescare pure tra quelli.
Dietro il mio c'è scritto “Cartografo”.
Gli altri due giocatori estraggono “Guerriero” e “Luogotenente”.
Nella mia mente inizia a formarsi l'immagine di un uomo alto e allampanato con indosso una tunica rossa e le braccia e la cintura ingombri di rotoli di pergamena, inchiostri e strumenti d'ottone.
 
"Siete soldati in marcia verso l'assedio della capitale nemica: domani all'alba dovrete attraversare il fiume Wyecliffe su un ponte di barche insieme al resto dell'esercito".
L'immagine si sfoca leggermente e il cartografo assume un aspetto più marziale: l’abito è più sobrio e coperto dalla polvere sollevata dalla marcia di migliaia di piedi. Le pergamene non sono più volanti, ma inserite in cilindri di cuoio ben ordinati e impermeabili.
 
"Tirate le statistiche! 1d8+8!"
Forza: 12; Costituzione: 10; Destrezza: 9; Intelligenza: 16; Saggezza: 12; Carisma: 9; Manualità: 16
In un mondo in cui le statistiche vanno da 9 a 16 si direbbe che siamo all'estremo superiore dello spettro dei disturbi autistici, con una mobilità che al confronto Dr. House nella prima stagione è il ninja Rikimaru.
A questo punto Rubeo è un uomo non molto alto, grassoccio, dagli occhi piccoli e con una gamba rigida che lo costringe a zoppicare in modo vistoso; indossa ha una semplice armatura di cuoio e usa la sua lunga picca anche per aiutarsi durante il cammino.
Sulla scheda inizio a disegnare la faccia di un uomo che toglie il fiato.
Dallo spavento.


"Luogotenente, hai ricevuto gli ordini del generale."
E il mio amico: "Chiamo il mio secondo… Ho un secondo?"
Il master sbircia le schede e guarda chi ha l’intelligenza più alta (io).
"Si, il tuo secondo è anche il cartografo della vostra unità."
Il comandante è bello bello in modo assurdo (Carisma: 16) ma è anche avventato e imprudente (Saggezza: 9).

Memore della Saga di Malazan (un ufficiale deve stare fuori dai piedi e ascoltare il suo sergente…) il mio personaggio diventa immediatamente un ibrido tra Spugna e un nostromo: brutto, ma affidabile e competente, l'uomo che si occupa di tutti i dettagli che tengono la squadra a galla senza prendersi un singolo raggio di gloria sulla brutta faccia.
"Si, chiamo... Bralus? Brutus?"
"Rubeus, ma visto che ho sempre il naso rosso sai bene che i soldati mi chiamano Barolo".
Ed ecco qui la nascita del sergente Barolo.

Da un descrittore e qualche numero in poco tempo è emerso un personaggio, forse non memorabile, ma con abbastanza spessore da fare la propria parte nella piccola campagna che ci apprestiamo a giocare.
Non sembra avere la stoffa di un eroe, però non si sa mai...
Anche se non è figo come si vuole di solito, il personaggio ha le basi per interfacciarsi con l'ambientazione in maniera attiva, e sicuramente continuerà ad arricchirsi nel corso dell'avventura grazie alle interazioni con gli altri personaggi, giocanti e non giocanti.
Nemmeno su Bilbo avremmo scommesso un soldo bucato nelle prime pagine de "Lo Hobbit", eppure alla resa dei conti è cresciuto abbastanza da fare la differenza persino contro il drago Smaug...


Forse a qualcuno un personaggio basso e brutto con dei deficit fisici può fare storcere il naso: sto giocando in un mondo immaginario e pure qui devo accontentarmi di essere una mezza tacca?
Non necessariamente. Ma quale personaggio vi farà divertire di più?
Il solito "I-miei-genitori-sono-morti-quando-ero-piccolo-sono-cresciuto-in-strada-e-ho-subito-dimostrato-propensione-per-il-combattimento", o il “Sergente Barolo”?
Che possibilità ha l'eroe di giocare insieme agli altri personaggi? Cosa può aggiungere alla storia? Un personaggio taciturno, introverso, poco incline al dialogo, quali possibilità offre in un gioco che nasce e cresce grazie alle parole e agli scambi di idee tra i giocatori e il master?
Questo "eroe" rimarrà probabilmente chiuso nel suo angolino e si sveglierà solo per la meccanica operazione "tiro i dadi - segno i danni" senza interpretare mai la propria identità (inesistente), senza cioè mai giocare di ruolo veramente.
 
Vediamo invece il nostro sfigato da confronto: le sue competenze (cartografo e ufficiale) spingono gli altri giocatori di interagire con lui in una determinata maniera, poi Barolo non è un grande guerriero, e preferirà sicuramente evitare lo scontro andando alla ricerca di una soluzione alla sua portata, esplorando più a fondo il mondo costruito dal master, magari portando alla luce qualche aspetto della trama che caricando a testa bassa sarebbe sfuggito.
La sua debolezza fisica gli farà preferire andare a cavallo piuttosto che a piedi, e, se appiedato, tenderà a rimanere indietro: quando la situazione precipita, gli altri giocatori lo aspetteranno, oppure lo abbandoneranno al suo destino?
 

Una scelta difficile ma emozionante, capace di rendere una sessione interessante con decisioni, rischi e imprevisti.
 
Naturalmente lo stile di gioco del master influirà sempre sulla crescita dei personaggi, e in alcuni mondi il povero sergente menomato non avrebbe vita lunga, ma il concetto rimane: personaggi privi di profondità faranno di qualunque campagna una sterile successione di tiri di dado.
Ci sono giocatori che trovano profonda soddisfazione nelle meccaniche del combattimento, e questa è una cosa assolutamente legittima: a tutti piace menare le mani nei giochi di ruolo, ma sono convinto che fare del combattimento l'unico scopo del gioco lo privi di quello che lo rende davvero interessante e divertente: mettersi nei panni di qualcuno che vivrà emozioni e avventure che noi non potremo mai provare e vivere.
Poi ognuno scelga il personaggio che preferisce, però alla fine non vi lamentate se il vostro personaggio non fa niente/non riesce a inserirsi nella trama e vi annoiate.
Mettetevi nei panni del master: perché dovrebbe impegnarsi per coinvolgere il cartonato di un eroe nella propria storia?



 
E qua entra in gioco T.J. (ovvero io).
Sono molto contento di poter ospitare le suggestioni del mio Giardiniere di fiducia (non sottovalutate mai i giardinieri: vedi Samvise Gamgee...), perché mi trovano d'accordo praticamente su tutto.

E aggiungo altro: quante volte il personaggio schivo, taciturno e solista, ha finito per creare problemi all'intero gruppo? Come master ne ricordo diverse di occasioni simili, che non di rado sono finite in litigi "master VS giocatore solista" o "resto del party VS giocatore solista", rovinando sessione e perfino amicizie.
Ora, anche senza arrivare a questi casi estremi, va davvero sottolineato che dal momento in cui attorno a quel tavolo ci sono più di due persone, la collaborazione diventa fondamentale. In un gruppo, semplicemente, non c'è posto per fare il Ken Shiro di turno.

Not D&D at all
Un mio master, introducendo una campagna una volta ci disse: “I vostri pg sono noti come i 'sei soli'. Siete cresciuti assieme, e il gruppo è gruppo!”.
 
Chiaro che le amicizie possono nascere anche dalla rivalità, ed è quindi affascinante, talvolta, interpretare un pg ombroso, ma se il giocatore si ostina a non collaborare, spesso col solo scopo di far diventare il suo pg più potente e fico degli altri per poi salvarli tutti con un coup de théâtre, allora il pg ombroso con tendenze megalomani va brutalizzato in rapida successione da tutti gli altri pg e dal master.
 
E poi, dai, davvero volete un pg con tutte le caratteristiche al massimo? Io mi stufo dopo i primi cinque minuti.
Se vi piacciono i personaggi di questo tipo vi do un consiglio: lasciate stare D&D e i giochi di ambientazione fantasy.
Ci sono i manga per colmare le vostre frustrazioni personali.


sabato 16 dicembre 2017

Piccole cose oscure - Poesia

Hàvamàl


by Simone Zambruno


Olaf era insofferente, stanco di vivere con la sua famiglia. La sua giornata era un continuo “fai questo” e “fai quello” per aiutare nelle faccende della fattoria. Al compimento del suo diciannovesimo compleanno si sedette a cena e annunciò che se ne sarebbe andato per cercare la sua strada.
«Cosa farai?» chiese la madre, addolorata «non hai denaro, né un asino».
«Ho i miei piedi. Non c'è niente qui, per me» rispose Olaf, ignorando il pianto dei fratelli.
«Ascoltami» gli disse il padre, amareggiato «non troverai fortuna lontano da casa. Il mondo si approfitterà di te». Ma Olaf se ne andò.
Si diceva che sulla montagna si nascondesse un villaggio colmo di ricchezze e di benessere. Così Olaf viaggiò a lungo, vivendo di stenti, sopportando il freddo e i rimorsi. Alla fine, stremato, giunse in cima alla montagna. Si trascinò con le ultime forze fino alla vetta, ma vi trovò soltanto un'incisione sulla roccia nuda:
“L'abete appassisce in un campo aperto: né corteccia, né fogliame lo riparano”.