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domenica 20 maggio 2018

Recensione - Il Mercante di Tylmon


Oggi voglio spendere due parole per questo racconto di Federica Prina, scoperto sull'internet mentre mi dedicavo alla ricerca di ebook fantasy gratuiti.
Di solito è una ricerca che conduce a poco, vuoi per i criteri di catalogazione degli store che taggano come fantasy qualsiasi zozzeria, vuoi per la pochezza di chi si lancia sul mercato globale della narrativa gettando - ce ne fosse bisogno - ulteriore cattiva luce sul MIO genere preferito. Ve possino...

Così, dopo lungo slidare del dito sul mio cellulare mi è capitata sott'occhio questa delicata copertina, poco fantasy forse, ma in qualche modo, proprio per questo, meno occhieggiante, più onesta dei tanti obbrobri in cui solitamente ci si imbatte.

Il Mercante di Tylmon è un lungo racconto senza suddivisioni interne, un po' come la prima stesura del romanzo di Jack Kerouac Sulla Strada, che pare sia stato scritto tutto d'un fiato e poi riaggiustato per le stampe. La vicenda è quella di Cheslav, un mercante, o meglio, un ex mercante, che ora vaga di villaggio in villaggio guadagnandosi da vivere come cacciatore.


Per quale motivo Cheslav abbia abbandonato la sua professione per una "carriera" completamente opposta e pericolosa, e quale sia la vera preda che insegue lo scopriremo un poco alla volta, tra foreste, taverne e riminiscenze del nostro eroe.

Il Mercante di Tylmon è risultato una lettura gradevole. Non è per niente poco nel mare magnum dell'inutilità digitale contro cui spesso mi scaglio. I punti a favore sono diversi: innanzitutto, pur trattandosi di autopubblicazione, si nota una certa attenzione per la forma. Il testo è praticamente esente da refusi e l'italiano è corretto anche se si intravede, ad esempio nella presenza delle D eufoniche e nel linguaggio troppo piano, la mancanza di pratica e di un editing professionale.
Il ritmo è piacevole: forse qua e là ci sarebbe bisogno di alleggerire le descrizioni, il colpo di scena è intuibile piuttosto precocemente, ma si tratta di sfumature per un testo che viene offerto gratuitamente e riesce bene laddove tantissimi altri falliscono miseramente tra roboanti proclami e caterve di "recensioni" a cinque stellette.


Federica Prina si presenta in punta di piedi sin dalla scelta della cover, con questo racconto di cui, per motivi personali di visione del fantasy, ho apprezzato l'approccio intimistico, il risicato numero di personaggi e la quasi costante ambientazione forestale. Il Mercante di Tylmon è un vero fantasy, senza fronzoli e pretese di originalità (parola terribile da associare a questo genere, io credo), e un piccolo e onesto fantasy, di questi tempi, è davvero una piacevole sorpresa.

Voglio concludere quindi con un incoraggiamento all'autrice a perseverare e migliorarsi con quelli che lei stessa definisce "esperimenti" perché, a mio modestissimo parere, la via imboccata è quella giusta.
E poi per citarla: concordo con lei sul fatto che un cassetto sia un luogo davvero triste in cui rinchiudere i sogni, soprattutto quando contiene qualcosa di bello.


Recensione - La signora dei Draghi


La Signora dei Draghi è il primo libro della serie Dragonvarld, firmata dalla vera signora dei draghi di questo mondo, Margareth Weis.
Ho acquistato il libro in "bundle" assieme alla serie delle Dragonship, ed ero curioso di scoprire come l'autrice riuscisse a declinare il suo amore per le mitiche creature in questa nuova trilogia.

La Signora dei Draghi è una sacerdotessa, capo di un ordine femminile di cultiste dedite alla protezione del proprio regno dagli attacchi dei grandi rettili. Melisande è la sua designata success... succeditr.. quella che prenderà il suo posto, l'attuale Somma Sacerdotessa e una delle protagoniste della vicenda.
Dietro agli attacchi dei draghi si scopre presto un complesso intreccio di interessi e tradimenti, perpetrati non solo dagli umani.


Il ruolo di attore principale in questa vicenda tocca a Draconas, un drago (ma va?) a cui è stato concesso il potere di assumere forma umana per fungere da collegamento - e spia - tra le due stirpi. E' a Draconas che spetta il compito di indagare sugli attacchi e scoprire cosa si cela dietro ad essi, ed è un compito che gli viene assegnato proprio dall'élite dei draghi: gli umani non devono sapere nulla della sua missione.

Draconas si rivolge così al sovrano del regno vicino, Edoardo, che lo accompagnerà - anche fisicamente - nella sua investigazione verso il tempio delle sacerdotesse dei draghi e i suoi oscuri segreti.


La Signora dei Draghi mi ha lasciato abbastanza perplesso, per diversi motivi.
Il primo è che non sono riuscito a definire il target di riferimento del romanzo. Lo stile è piuttosto didascalico, privo di volgarità e con pochissimi termini scurrili, il che farebbe pensare a un pubblico di giovanissimi.
Tuttavia, fin dalle prime pagine scopriamo l'amore omosessuale tra Melisande e la guerriera a capo delle guardie, Bellona. Niente di male, ma la Weis non lesina le descrizioni degli incontri intimi tra le due, per cui il romanzo, per così dire, fluttua tra passaggi quasi banali e altri iperrealistici, in stile Martin.

Il secondo punto riguarda alcune soluzioni narrative, a mio parere piuttosto deboli, alle quali però concedo il beneficio del dubbio, trattandosi del primo romanzo di una serie in cui le apparenti mancanze e leggerezze potrebbero trovare spiegazione, e - soprattutto - perché è il minimo che una brava, no, una grande maestra del fantasy merita.
Stando a questo primo libro però personaggi come i monaci pazzi, a tutti gli effetti ritratti come monaci cristiani, con tanto di saio e tonsura, in un mondo in cui di cristiano non c'è nulla, appaiono quantomeno una forzatura, la mancanza di approfondimento verso un culto che dovrebbe avere caratteristiche e radici desunte dalla storia di Dragonvarld, e non dalla nostra.
Ma, come dicevo, vedremo...


Ultima nota dolente, la traduzione. Credo di averlo già detto altrove, ma un libro fantasy ambientato nel mondo X, nell'universo Y, nel regno K, e presentato tramite traduzione a un pubblico italiano NON deve avere personaggi chiamati Pino, Franco e nemmeno, come in questo caso, Edoardo. Se no mi leggo La Briscola in Cinque di Malvaldi che è un bellissimo e divertentissimo romanzo ambientato in un bar toscano e non un fantasy. Soprattutto (ed è qui che, come diceva un grande saggio, i fatti mi cosano) se Edoardo nella versione originale e, guarda caso, anche nel secondo episodio della saga in versione italiana, si chiama Edward...

Concludendo, La Signora dei Draghi non è il romanzo fantasy migliore che abbia letto, nemmeno tra quelli della Weis (lo stesso ciclo delle Dragonships è infinitamente più solido e godibile), l'indeterminatezza dello stile e alcune forzature stilistiche lo penalizzano, così come alcune scelte della traduzione.

Però non posso nemmeno dire si sia trattato di una brutta esperienza. In una cosa, infatti, si percepisce la grande abilità scrittoria di Margareth Weis, la capacità di trasmettere un senso di sospensione nel momento in cui si richiude la quarta di copertina, la voglia di scoprire, a prescindere da quanto la lettura ci abbia avvinto, come prosegue la vicenda, cosa che nonostante tutto non mancherò di fare.
E chissà che il giudizio complessivo non cambi radicalmente alla fine del terzo capitolo... 


Recensione - Altered Carbon

Originale Netflix


by The Gardener87

Dopo lungo tempo (per causa mia), ecco una bella e corposa recensione dell'amico Giardiniere sulla serie targata Netflix Altered Carbon.

Altered Carbon...
Altered Carbon...
Difficile parlare di questa serie cyberpunk targata Netflix tratta dal romanzo Bay City di Richard K. Morgan del 2002 (che a essere sincero non ho letto, ma farò in modo da rimediare prima possibile).
Si tratta di una produzione di prima qualità, con attori capaci ed effetti speciali che non hanno nulla da invidiare al grande schermo.

Avendo letto qualche recensione non proprio lusinghiera, una delle quali descriveva la serie come "lentissima e pretenziosa", ero riluttante a iniziarla, ma la visione dei primi episodi mi ha conquistato.
L'etichetta di lenta e pretenziosa può forse derivare, a mio modesto parere, dalla poca familiarità col genere cyberpunk e le sue tematiche, cosa che potrebbe condurre, a priori, verso aspettative più orientate all'action-thriller, con molto buda-buda-buda e situazioni da pelle d'oca, mentre quello che ci si trova di fronte è piuttosto diverso.

La forza del genere cyberpunk non è data dai fighissimi arti cibernetici o dalle pistole di grosso calibro (e dalle lenti a specchio, come dimenticare le lenti a specchio...) e nemmeno dalle modelle seminude che fanno capolino qua e là, ma piuttosto dal senso di alienazione e dalla costante sospensione morale a cui sono costretti i protagonisti.
In questo Altered Carbon arriva perfettamente al cuore della questione.


La Trama.
Il protagonista Takeshi Kovac si risveglia a oltre duecento anni dall'inizio del suo periodo di stasi, catapultato in un nuovo corpo e in un mondo che non gli è familiare se non nella misura dei propri tragici timori, divenuti realtà.

Kovac è un pericoloso sicario, reso spaventosamente cinico dalla perdita di tutti gli affetti, dal completo fallimento degli ideali per cui ha combattuto e, cosa non trascurabile, dalla propria morte.
Eh sì, proprio così: in Altered Carbon la morte del corpo non coincide con la morte definitiva della coscienza e delle memorie. Queste sono conservate in apposite pile corticali che possono essere trasferite su diverse custodie, ovvero corpi umani, cloni del corpo originale, corpi di altri, corpi a noleggio, e tutto quello che il denaro può comprare.


Takeshi dunque viene liberato (riattivato? rianimato? resuscitato? cosa siamo se di noi non resta altro che un pugno di circuiti e una manciata di elettroni?) in una nuova custodia, e badate, non un ciccione sudato e ansimante, eh? proprio un tizio di due metri largo come un armadio con muscoli tirati a balestra per volontà di un ricchissimo Mat.
"Mat" non è un nome, ma la contrazione di Matusalemme, la ristrettissima cerchia di uomini abbastanza ricchi da poter comprare tutte le custodie che vogliono ed eseguire backup pluriquotidiani della propria pila, divenendo sostanzialmente immortali e capaci di accumulare ricchezza, influenza e perversioni, per secoli.


Perché il Mat Laurens Bancroft si prende il disturbo di fare scarcerare un pericoloso criminale e pagare per una custodia di prima scelta? Ovvio, per indagare sul proprio omicidio, cioè la distruzione della propria pila corticale e il tentativo fallito di compromettere il suo archivio di backup.

Inizia così la difficile indagine del protagonista, costretto a districarsi tra mille identità di facciata, insabbiamenti, abissi di perversione e disperazione. Nello svolgimento del suo incarico Takeshi sarà costretto a servirsi a fondo del proprio addestramento unico, della propria disciplina mentale unita a una massiccia dose di spietatezza e a una totale assenza di scrupoli.

Ora, se siete stati attenti, avrete notato che non ho mai definito Takeshi come l' "eroe": si tratta infatti di un uomo arrogante e spesso crudele, un manipolatore nato che si serve delle persone facendo leva sui loro desideri e sulle loro paure  per raggiungere i propri scopi (molto bastone e poca carota, a dire il vero).
Non è però del tutto privo di umanità: la sua vera debolezza si rivelerà l'incapacità di abbandonare i propri "strumenti" una volta diventati inutili, il legame con le persone di cui si è circondato per portare avanti l'indagine da cui dipende la sua libertà.


Il Contesto.
Kovac e gli altri personaggi sono il prodotto del tempo e della società in cui vivono, una realtà esplorata con lucidità sulla base dei propri presupposti, un futuro distopico ma tristemente credibile, dove vizi, manie e contrasti sociali vengono amplificati all'estremo.
Un aspetto, che personalmente ho molto gradito, che può non essere apprezzato da tutti i palati: parecchio tempo viene infatti speso nell'esplorazione di questo futuro oscuro, nell'approfondimento psicologico dei personaggi e, attraverso questo, dell'intera società di Bay City.
Può sembrare un po' pesante in effetti, ma il tono non è mai espressamente moralista, se non nella misura della nostra capacità di indignarci di fronte ad argomenti con contenuti etici.

Tirando le somme.
Insomma, ambientazione azzeccata, bei personaggi, un mistero avvincente: Altered Carbon sembra privo di difetti.
Nella prima metà.
A un certo punto della faccenda infatti la trama va un po' alla deriva, tirando prima in ballo un caso troppo incredibile per essere vero e troppo transitorio per avere senso, poi delle motivazioni che spostano molto la centralità della vicenda sul protagonista, suscitando - quantomeno in me - una sensazione simile a quella provata guardando Spectre (l'ultimo James Bond), in cui tutto e tutti girano intorno a Bond (amici di Bond, nemici di Bond, colleghi di Bond, parenti dimenticati di Bond, il gatto di Bond...).

Nonostante questa sbandata la soluzione dell'investigazione e il finale sono belli robusti, con la prospettiva di una personalissima missione impossibile per il protagonista (qui forse finalmente divenuto, e a buon diritto, eroe) che potrebbe impegnarlo per il resto dei propri giorni (bello cavalleresco).


La serie è conclusa ma il finale è possibilista e allusivo come piace a me; tuttavia, se ci risparmiassero una deludente seconda stagione di sola retrospettiva su Kovac e il suo passato rivoluzionario sarei molto più contento.
A parte qualche scelta narrativa che non mi ha convinto fino in fondo mi sento di consigliare questa serie a tutti gli amanti del genere cyberpunk, che potrebbero essere rimasti, come me, un po' delusi da Bladerunner 2049
Qui all'atmosfera non manca nulla, tra neon dall'aspetto vintage, ologrammi e degrado urbano Altered Carbon non mancherà di farvi sentire di nuovo sul filo del rasoio.



sabato 7 aprile 2018

Recensione - Eymerich Risorge


A distanza di 8 anni dalla pubblicazione di Rex Tremendae Maiestatis, con Eymerich Risorge tornano le avventure del mitico e terribile inquisitore aragonese Nicolas Eymerich, uno degli antieroi più spietati (e al tempo stesso più amati) della narrativa fantastica contemporanea.

Il precedente capitolo della saga è ambientato nel 1372, e Valerio Evangelisti ci rende noto che Eymerich "morirà" solo nel 1399 (virgolette d'obbligo per il nostro protagonista, il cui destino è sempre legato a doppio filo ad avvenimenti di diverse linee temporali).
Tra questi due momenti intercorrono ben 27 anni, ed è quindi con estrema gioia che finalmente si ricomincia, anno 1374, con la speranza che la resurrezione di Eymerich sia foriera di numerosi altri romanzi. La cadenza biennale nell'ambientazione è infatti abbastanza regolare nei libri precedenti, e inoltre c'è il fatto che per assicurarmi di questa continuità ho rischiato di incorrere nel reato di stalking.



In occasione dell'ultimo Nightmare Film Festival di Ravenna, rassegna a cui Valerio Evangelisti spesso partecipa, ho avuto modo di minacciarlo bonariamente se non avesse riempito questo iato temporale con altri mille - millecinquecento romanzi del ciclo di Eymerich (e ovviamente mi sono anche fatto autografare una copia di Eymerich Risorge!).
Il buon Valerio ha fortunatamente deciso di non perseguirmi, e mi ha anche rivelato che è già al lavoro sul romanzo successivo! Lunga vita a Eymerich! Lunghissima vita a Valerio Evangelisti!

Dunque... Come traspare velatamente da questa premessa, non sono un revisore imparziale degli scritti di Evangelisti. Sono un fan, una specie di groupie con la barba.
Questo però mi rende anche esigente: la saga di Eymerich è infatti una delle poche che, a mio modo di vedere, non ha avuto cali particolari negli ormai undici volumi pubblicati. Ergo, le aspettative per Eymerich Risorge erano alte.


Il primo impatto con la storia le soddisfa tutte. Ritroviamo Eymerich, lo stesso cipiglio, la ritrosia al contatto fisico, il disgusto per gli insetti, la sporcizia e l'umanità più gretta (e buona parte della restante), la logica stringente. Inoltre, in men che non si dica l'inquisitore è di nuovo circondato da tutti i vecchi compagni di avventure, da mastro Gombau al fido padre Corona, la cosa più simile a un amico che il domenicano di Catalogna abbia mai avuto. Ritroviamo anche Marcus Frullifer, lo scienziato del futuro padre della teoria degli psitroni.

Insomma, in poche pagine lo stile fluido di Evangelisti ci riporta dritti all'inizio, a "Nicolas Eymerich, inquisitore", senza che mai traspaia la sensazione di già visto o di un occhieggiare ai propri lettori del tipo: eh, visto chi c'è? Visto chi è tornato? O forse un po' sì, ma chissenefrega, era esattamente quello che volevo.
E come disse una volta un grande saggio: squadra che vince non si cambia. Oh.


Tornado alla trama, questa volta Eymerich è sulle tracce dell'enigmatico Francesc Roma, un ecclesiastico tacciato di pratiche stregonesche e addirittura di bilocazione, e il compito di rintracciarlo gli viene assegnato addirittura da papa Gregorio XI.
Le peripezie del domenicano si svolgono sulle Alpi al confine tra Italia e Francia, tra antiche abbazie, oscure caverne, sepolcri di pietra, Ospitalieri, Valdesi e strani fenomeni celesti.
La caccia all'eretico Francesc Roma sarà condotta da Eymerich con la consueta spietatezza, ma anche con una - questa volta inconsueta - vena tollerante, dovuta forse all'età avanzata dell'inflessibile sacerdote.

Il romanzo, godibile e scorrevole, è tuttavia è privo di un climax finale degno dei capitoli precedenti della serie, rispetto ai quali Eymerich Risorge è forse più rilassato e meno potente. Alcune delle sottotrame paiono lasciate in sospeso, senza che il romanzo abbia un finale aperto a giustificarne l'abbandono.

Nonostante ciò sarò morto, prima di appioppare un giudizio negativo alle storie del terribile inquisitore di Gerona (temo abbia ancora il potere di raggiungermi e sottopormi a tratti di corda o alla tortura dell'acqua), e confermo che anche con questa leggera inconsistenza nel finale, Eymerich Risorge ci voleva, così come saranno più che ben accolti i futuri capitoli che Evangelisti vorrà regalarci. 


mercoledì 14 marzo 2018

Recensione - Annientamento


Regia di Alex Garland

Originale Netflix


Annientamento (Annihilation) è il primo romanzo della Trilogia dell'Area X, di Jeff Vandermeer. Nel libro si raccontano le disavventure di una biologa e del suo team di scienziate all'interno della misteriosa Area X, una zona in cui le leggi della fisica e della biologia sembrano essere state sovvertite. La squadra della biologa è l'ultima di una lunga lista, perché nessuno è mai tornato dall'Area X per riferire ciò che aveva visto.

Questo il romanzo, un best seller internazionale che pure un lettore di fantascienza occasionale come il sottoscritto non ha potuto non apprezzare. Poi arriva Netflix e mi mette lì davanti il trailer del film, protagonista Natalie Portman, regia di Alex Garland. Wow, che figata! Guardalo, guardalo... Gollum!


Così lo guardo. La prima mezzora è pura sofferenza: i ritmi sono lenti ed enormemente dilatati, i dialoghi contengono lunghe pause e spesso sono del tutto inverosimili, molto vicini al registro di un fumetto, davvero poco credibili in bocca a persone vere, che oltretutto pronunciano una frase ogni quarto d'ora.

Ad aggravare questa prima impressione negative le musiche, completamente fuori luogo. I brani di chitarra sembrano decisamente più adatti a raccontare l'america rurale in un film di David Lynch, che a sottolineare momenti di tensione in cui l'eroina si aggira furtiva tra l'erba alta cercando di non farsi aggredire dalle strane presenze dell'Area X. 


Infine gli effetti speciali: molto spesso hanno un che di posticcio, come accade per i fiori mutanti e per le strane concrezioni che avvolgono gli edifici (e i precedenti visitatori dell'Area). Sembrano ammiccare all'arte di Guillermo del Toro, che si affida più volentieri ad oggetti concreti rispetto alla Computer Grafica, senza però raggiungerne l'efficacia e la potenza visiva.

Quando finalmente la vicenda entra nel vivo, però, devo ammettere che il film si riprende. Annientamento non è un action movie, ma riesce in questa seconda parte a trasferire una buona - seppur non eclatante - dose di tensione, e alcune scene dai tratti decisamente gore, dove il dettaglio truculento però non è mai abusato, inquadrato quel tanto che basta per non snaturare l'equilibrio della pellicola, che cerca sempre di mantenersi in bilico tra il thriller e la sci-fi psicologica.


Nella caratterizzazione dei personaggi risiede a mio avviso un'altra possibilità mancata di Annientamento. Il gruppo della biologa Natalie Portman (lei compresa) è appena abbozzato nei tratti caratteriali e nel vissuto personale, con la caratterizzazione affidata quasi esclusivamente a un breve dialogo durante uno spostamento in barca nell'Area X.

Molte delle stranezze che le ragazze incontrano sono figlie dell'adattamento cinematografico, e non compaiono nel romanzo di Vandermeer; alcune, come le piante antropomorfe e gli strani essere che nuotano nelle acque dell'Area, sono originali e ben inserite nelle atmosfere oniriche che caratterizzato lo strano luogo, nel film più che nel libro.

Nonostante ciò che può sembrare alla fine il bilancio è positivo, e Annientamento pare aver avuto un buon riscontro nelle critiche. Non passerà alla storia come il miglior adattamento di sempre, ma sono molto contento che Netflix stia investendo nel fantastico. Dopo la piacevole sorpresa di Bright, scoprire Annientamento è stato bello, mi auguro che il progetto preveda il completamento dell'intera trilogia.


Anche se questo film prende una direzione piuttosto diversa da quella del primo romanzo della serie (che rimane a finale assolutamente aperto ed è ancora più misterioso), sono davvero curioso di vedere come va a finire, perché il regista Alex Garland è riuscito a trasmettermi la stessa sensazione di vuoto che Truman Capote descriveva così: "Finire un libro" diceva, "è come prendere un bambino, portarlo in cortile e sparargli".
Un grande vuoto, sì, che spero di colmare presto.

Recensione - Il Corvo


by The Gardener87


Regia di Alex Proyas, 1994.

Qualche giorno fa è stato ufficialmente annunciato che l'11 ottobre 2019 uscirà il remake de "Il Corvo", film del 1994 tratto dall'omonimo fumetto indipendente di J. O’Barr, dove vedremo Jason Momoa vestire i panni di Eric Draven, sperando che non gli vadano troppo stretti, vista la notevole differenza di stazza con il suo predecessore Brandon Lee.


Immediatamente mi muovo in cerca di qualcuno con cui condividere i miei timori, reduce dalle cocenti delusioni dei vari reboot/sequel/prequel che infestano le sale cinematografiche negli ultimi anni e ... 

“In che senso non hai mai visto Il Corvo?”
Ricordo perfettamente di avere avuto questa conversazione centinaia di volte, anche con le stesse persone, senza che il mio disappunto diminuisse.
Come non avete mai visto il corvo?

Evidentemente abbiamo qualcosa di cui parlare.
Il Corvo del regista Alex Proyas (Io, Robot) è un classico, un vero e proprio cult per dark/hard-rocker e non solo.
Questo adattamento cinematografico del fumetto di J. O'Barr buca lo schermo sia per l'eccellente traduzione del linguaggio dei due differenti media, sia per la tragica sorte del protagonista Brandon Lee, rimasto ucciso durante un incidente di produzione.



In questo capolavoro del gotico moderno il protagonista Eric Draven (Brandon Lee) ritorna dal mondo dei morti per vendicare la propria fidanzata, stuprata e assassinata la notte di Halloween da una banda di balordi al soldo del sinistro Top Dollar, interpretato dal magnifico Michael Wincott, uno dei miei attori preferiti, che non ricordo di aver mai visto interpretare altro che “cattivi” (il cugino dello sceriffo in Robin Hood: Principe dei Ladri, il rapitore in Nella Morsa del Ragno e il capo dei banditi in Alien: Resurrection...), che qui da vita a un morboso ed elegantissimo capobanda che altro non vuole se non “divertirsi come si deve”.



Eric “Il Corvo” è un invincibile Revenant, che intreccia la sua dolorosa storia di vendetta ed estraniante solitudine, con un poliziotto di colore (Ernie Hudson) e una ragazzina un po' sbandata, trascurata dalla madre tossicodipendente.
Nel dare la caccia ai responsabili del brutale omicidio ripercorre i passi della propria storia d'amore, visitando i luoghi in cui lui e Shelley si sono amati e sono morti, ritrovando oggetti e fotografie che evocano i ricordi di una vita finita senza speranza.



La scenografia mette in scena una città malata fatta di degrado e criminalità, desaturata come i sentimenti di chi ne percorre le strade in cerca di qualcosa capace di risollevarli dal torpore in cui si sono rifugiati.

La colonna sonora chiama a raccolta gruppi musicali punk/rock di primissimo piano, primi fra tutti i The Cure, inserendo performance live che riempiono le scene di un mood goth avvolgente come un cappuccio di velluto nero.
I dialoghi e le battute del Corvo-Eric sono stupendi, il suo senso dell'umorismo, il suo atteggiamento buffonesco, le sue rime ricordano il cantante che era stato in vita e che continua a essere nella (non) morte, un umorismo ancora più musicale in lingua originale, senza nulla togliere all'ottimo doppiaggio italiano.



Non da ultime vengono le gustosissime scene d'azione in cui l'eroe dannato affronta con gran stile i depravati criminali che lo ostacolano.
Ma anche per l’invincibile Corvo la situazione può precipitare. Prima che tutto finisca Eric dovrà rischiare qualcosa di molto più importante della propria vendetta personale.

Parlando de Il Corvo parliamo di un classico che trasuda stile a ogni cambio di inquadratura e regala citazioni memorabili a ogni dialogo.
Parliamo di un grande film che anche a distanza di molti anni conserva inalterato il proprio fascino e con un ritmo tuttora assolutamente moderno.

Non vi ho catechizzato a sufficienza?
Correte a vedere Il Corvo prima che continui!


martedì 20 febbraio 2018

Recensione - L'Immortale

Blades of the Immortal


Originale Netflix

The Gardener87


Con le sue rivisitazioni di classici del Sol Levante, Netflix continua a riportare alla luce perle del passato. Ultima di questa serie è il live action de L’Immortale (Blades of the Immortal), capolavoro a fumetti di Hiroaki Samura. Il fumetto è stato pubblicato tra il 1993 e il 2012 e narra le vicende di un ronin condannato all’immortalità.


Perché dico “condannato”?
Dopo avere visto quante volte il protagonista Manji viene fatto a fettine da spadaccini psicopatici che impugnano strane lame, credo che "condanna" sia un termine persino insufficiente a descrivere la tragedia della sua condizione, ma cercherò di darvi una visione d’insieme dell’opera da cui è tratto il film senza divagare troppo.


In piena epoca Tokugawa il ronin Manji, già ricercato per l’omicidio di cento uomini (un numero impressionante, ma destinato comunque a impallidire di fronte alla mattanza che seguirà), riceve il dubbio dono dell’immortalità da una vecchia misteriosa. Per liberarsi da quella che considera una maledizione lo spadaccino fa dunque voto di "uccidere mille scellerati". 

La vicenda inizia col debutto sulla scena di una nuova scuola di arti marziali, l'Ittoryu, capeggiata da Kagehisa Anotsu, la quale inizia a farsi largo con violenza nell'eterna contesa tra i diversi dojo dediti alla pratica della spada. Più simile a una banda di serial killer che a una scuola di arti marziali, l’Ittoryu basa la sua disciplina sul rigetto della tradizione, mettendo la vittoria e il valore marziale al centro, trascurando tutte le formalità e le regole della scherma convenzionale.


Nella lotta per la supremazia Anotsu uccide i genitori della giovane Rin, la quale, su suggerimento della vecchia, si rivolge a Manji per compiere la propria vendetta.
Inizia così un cruento viaggio, durante il quale numerosi personaggi mostreranno una profondità maggiore del previsto, e attraverseranno la linea che divide amici e nemici in diverse occasioni.

Come potete immaginare l'Immortale è ben lontano dalla compostezza formale di Vagabond, di Takehiko Inohue, con molta più azione e, soprattutto, molto più pulp.



Nel fumetto la qualità delle tavole è elevatissima, i personaggi sono fantastici, gli scontri avvincenti e sanguinosi. Il ritmo rimane alto per i primi due terzi della serie, per poi rallentare come spesso capita nei manga, andando a impantanarsi in un finale un po’ ripetitivo.


Da questo materiale prende le mosse il film targato Netflix, che, pur rivisitando in parte il materiale per comprimere 30 volumi in un paio d’ore, è sorprendentemente fedele allo spirito del fumetto.

Gli attori sono tutti assolutamente asiatici, i tempi e le inquadrature ricordano i classici del genere chambara diretti da Akira Kurosawa (I sette Samurai, La sfida del Samurai).

Quello che ne risulta è un classico film “di genere” che, in una certa misura, può risultare un po’ lento a uno spettatore abituato al dinamismo dei film contemporanei, con una colonna sonora piuttosto rarefatta e dialoghi leggermente dilatati che ricalcano lo stile degli anime.
I personaggi principali ci vengono presentati attraverso le proprie caratteristiche distintive. Scopriamo così il malatissimo Kuroi Sabato insieme ai suoi orribili haiku, il sadico Shira e ovviamente Kagehisa Anotsu.



Un po’ sottotono il personaggio di Magatsu, che nel fumetto ha un ruolo ben più importante, ma non si può pretendere tutto da un adattamento come questo.

La storia del live action di Netflix si conclude grosso modo a metà della storia del fumetto, proponendo un finale diverso senza avventurarsi nella parte più debole dell’opera originale. Pur essendo la conclusione che si potrebbe immaginare, questa giunge in qualche misura all'improvviso, quando ancora ci si aspetterebbe qualche altro sviluppo prima del'epilogo, ma potrei essere stato condizionato nel giudizio dall'avere letto il fumetto alla sua uscita.

Concludendo, questo Immortale targato Netflix, pur con qualche difetto, è molto godibile: gli amanti del genere cappa e spada giapponese sapranno sicuramente apprezzarlo, mentre per altri potrebbe rappresentare una valida occasione per avvicinarsi a un genere da cui il cinema d’azione moderno ha tratto molti elementi.
Insomma…
Per me è Sì.


venerdì 5 gennaio 2018

Recensione - La saga di Mordraud

TheGardener87



Ho tenuto questo libro a prendere polvere digitale sulla libreria (digitale) per un po', vuoi perché ero impegnato da altre letture (Horus Heresy, sempre e solo Horus Heresy) vuoi perché il fantasy uscito negli ultimi anni, italiano e non solo, mi ha sempre lasciato un po' l'amaro in bocca.
Quando ho finalmente deciso di iniziarlo ero quindi piuttosto titubante, ma questo romanzo è dell'amico di un amico, e mi sono sentito in dovere di leggere un libro presentato al ComiCon nel 2014, scritto da un autore non solo italiano, ma persino della mia stessa provincia.
Racimolata risolutezza a sufficienza per avvicinare le prime pagine, in poco tempo mi sono trovato a leggere un prodotto di qualità e con un racconto dall'impianto classico ma non banale.
 


Questo libro racconta la storia di tre fratelli, Dunwich, Mordraud e Gwern, spinti alla grandezza dalla loro eredità ancestrale, ma inconciliabilmente separati da un destino avverso; sul sito della saga campeggia in prima pagina il motto "ogni famiglia racchiude in sé i drammi del mondo", quindi possiamo aspettarci che per questi disgraziati le cose non andranno troppo bene.
La narrazione si apre con un flash forward, una scena collocata alla fine dell'intera trilogia e anticipatrice dell'epilogo, ma, se siete come me, la meta non significa niente senza il viaggio necessario a raggiungerla, perciò sono andato avanti per scoprire quali vicende avevano portato a una simile conclusione gravida di malinconia, e che promette sottovoce nuove tempeste; una volta girata l'ultima pagina posso dire che il primo terzo del viaggio è stata una piacevole sorpresa.
 
Lo stile è un po' crudo, molto terreno e magari con un registro un po' troppo contemporaneo, in particolare nei dialoghi, dove l'autore fa frequente ricorso alle parolacce, forse con l'intento di rendere la narrazione viscerale e dare ai personaggi voci più realistiche; personalmente ritengo che nel fantasy "classico" l'uso di termini scurrili renda i dialoghi più spigolosi, spogliando l'atmosfera di qualcosa del suo fascino dal sapore antico, ma si tratta di un'opinione strettamente personale.


Nel corso della storia alcune rivelazioni sono seminate con tale cura e anticipo che quando arrivano c'è ormai poco da scoprire, ma nonostante ciò le pagine scorrono veloci, con una sapiente alternanza tra i punti di vista dei diversi protagonisti.
Tutti e tre i personaggi principali sono ben caratterizzati, dotati di pregi, e – soprattutto – difetti, che li rendono molto umani: la loro debolezza e occasionale superbia smorzano l'eccezionalità delle doti, favorendo molto l'immedesimazione negli eroi e nel loro dramma familiare, specchio di quello delle fazioni in contrasto.

Mordraud e Dunwich sono i protagonisti del primo libro, riservando a Gwern un percorso sicuramente importante che verrà a maturazione nei seguenti capitoli: i fratelli crescono diventando persone diverse, seppur simili nel profondo, segnate dall'ambiente culturale in cui sono immerse e da coloro che le guidano nel difficile passaggio tra infanzia ed età adulta, arrivando a far sfociare in scontro armato il rancore mai sopito, ribollente già dalle prime pagine.


Questa saga non è composta da tre capitoli separati ma è un unico arco narrativo diviso in tre libri, perciò, finito il primo libro, se volete sapere come si è arrivati alla scena di apertura, sarete costretti a leggere anche gli altri due, anche se io non l'ho ancora fatto.
Horus Heresy.
Sempre Horus Heresy.
Ho perso il conto di Horus Heresy.
Ma come va a finire questa saga di Mordraud voglio proprio scoprirlo.

Questo primo libro della saga di Mordraud magari non è perfetto, ma sicuramente ha qualcosa da raccontare, e, in questo panorama fantasy asfittico con in prima linea scritti mediocri, o ancora peggio, niente affatto fantasy (distopico=fantasy, fantascienza=fantasy, un RAL oltre 30.000€=fantasy) fa sperare che il rinnovamento di questo genere importante non sia solo un'utopia, e che magari potrebbe muovere qualche passo anche in terra nostrana.

martedì 26 dicembre 2017

Bright

- Originale Netflix

[no spoiler]


In queste vacanze ho deciso di recuperare tutta la nerditudine di cui mi sono dovuto privare negli ultimi mesi, per via del lavoro. Così ho dato fondo ai gighi mensili e ho guardato diverse cosette, tra cui questo Bright, il cui trailer messo in bella mostra sul mio profilo Netflix mi aveva da subito incuriosito.

Innanzitutto mi ha colpito la qualità della produzione. Sempre più spesso i prodotti a marchio Netflix si distinguono per l'alto impatto visivo, assolutamente in linea con quello dei film che vengono distribuiti nei cinema (e anzi, rispetto alle ultime cose che ho visto, decisamente superiore. Capito "Star Wars: The Last movie i'm going to pay for"?).

Secondo, ho avuto immediatamente l'impressione che potesse essere il film in cui Will Smith recuperava la verve perduta. Non un super macho con manie di protagonismo come è stato, ad esempio, per i deludenti Suicide Squad e Men in Black III, ma un personaggio "normale", vicino alla cinquantina, umano e concreto.


Terzo, il trailer mi ha proposto un'ambientazione in cui orchi, elfi e umani popolano il mondo contemporaneo con una formula che - pur non essendo innovativa - veniva proposta secondo una prospettiva che mi ricordava molto District 9. Tutto è infatti assolutamente realistico; non si indulge in super effetti speciali, ma si punta sugli aspetti relazionali di una società multirazziale.

In questo mondo alternativo scopriamo gang di orchi che lottano con i portoricani per il dominio del quartiere, discriminati e ghettizzati in quanto colpevoli di essere passati al Male in un tempo ormai remoto, che però continua a fomentare l'odio razziale. La metafora sulle odierne controversie religiose e sociali non è nemmeno velata, ma Bright non è un film pretenzioso. Non è un finto fantasy con velleità intellettuali di analisi e critica alla società contemporanea. Bright è un vero fantasy che sfrutta il nostro mondo per costruire una realtà alternativa solida e convincente.


La vicenda è ambientata in una Los Angeles dominata da una casta di ricchi e spocchiosi elfi, biondi, bellissimi e diafani ma più intolleranti di Calderoli e Borghezio messi assieme. Il nucleo più numeroso della popolazione è costituito dagli umani, e alla base della piramide sociale troviamo gli orchi, che sono i paria e gli esclusi. La loro colpa? Aver scelto di schierarsi con il Signore Oscuro duemila anni prima. Da allora molte cose sono cambiate, ma non l'odio delle altre razze per loro.

Il look delle creature è molto curato, e, anche in questo caso, non è mai eccessivo. Gli elfi, coi tratti spigolosi, gli zigomi alti e gli occhi luminosi, ricordano molto quelli di Warcraft (eccezion fatta per le le orecchie telescopiche). Gli orchi hanno le tipiche zanne sporgenti e una pigmentazione rosa-blu che ne rappresenta il tratto caratteristico e originale. Altre creature fanno apparizioni fugaci: tra loro le odiose fatine, considerate insetti fastidiosi, una donna dall'aspetto umano ma dotata di palpebre nittitanti come il cefalopoide che Will Smith insegue in Man in Black, e infine i nani, citati, ma mai mostrati.


Protagonista delle vicende narrate è Ward, poliziotto a cui hanno appioppato un compagno orco, Jakoby, cosa che, nonostante il carattere tranquillo del collega, gli creerà inimicizie e problemi a non finire.
Sullo sfondo della loro travagliata collaborazione si muovono gruppi di potere, sette, gang e si profila il ritorno del Signore Oscuro.

Bright è nel complesso molto godibile, un mix ben riuscito di action movie, poliziesco e fantasy.
Ha qualcosa del scify sociale di District 9 e del fantasy moderno e leggero di Blade, sequenze spettacolari e diverse battute molto divertenti, inoltre, soprattutto nella seconda parte, con l'ingresso in scena della malvagissima elfa Noomi Rapace (Uomini che odiano le donne, Prometheus), introduce un certo grado di cattiveria e persino qualche scena turpe.


Insomma, Bright mi è piaciuto. Forse non entrerà nell'Olimpo dei film più spettacolari di sempre, ma mi auguro che la scelta di una produzione Netflix possa premiarlo, e magari chissà, favorirne un seguito. Io me lo guarderei.



mercoledì 8 novembre 2017

Recensione - I Troll

Christoph Hardebush

I Troll



Il fantasy tedesco è decisamente sottovalutato. Lo avevo intuito con I Goblin di Karl Heinz Witzko, spassosissimo e ben strutturato, e poi con La Dannazione dei Nani, di Frank Rehfeld, appassionante sfida tra letali elfi scuri e, appunto, caparbi e combattivi nani (peccato davvero che questa serie non sia stata tradotta per intero), e lo vedo confermato da questa nuova (per me) saga "monografica" dedicata ai Troll.


I Troll è un volume poderoso di più di seicento pagine, e ammetto che mi ci sono avvicinato con timore; non tanto per la mole in sé, quanto per il fatto che se si fosse rivelato una schifezza per sottosviluppati come le Cinque Stirpi di Heitz (eh, sì, anche tra gli alemanni ci sono le eccezioni), sarei stato costretto a un calvario lungo e doloroso per arrivare alla fine.
Invece I Troll conquista fin dalle prime righe, e che sia un romanzo godibile appare chiaro se si pensa che per ben ottanta pagine il protagonista Sten se ne sta chiuso in una gabbia. Sfida non semplice per il narratore, eppure vinta.
I Troll - e il buon Hardebush - ci catapultano, come quasi sempre avviene nella deutsche fantasy, nel cuore ancestrale della narrativa fantastica, in mezzo a foreste oscure e alle creature del mito. Troll, nani, goblin, elfi, sono piuttosto lontani dai loro omologhi a stelle e strisce, pur rimanendo vicini ai topoi tolkeniani a cui il genere fantasy non potrà - e non dovrà - mai rinunciare (beccati questo, originalità!).


L'ambientazione de I troll è decisamente mitteleuropea, con sonorità che vanno dal ceco, al polacco (Sten, il protagonista, è un Wlachako...), fino al rumeno (Pietru), e a volte risultano persino difficili da pronunciare, ma anche questo per me è un pregio. Una scelta in linea con quelle che hanno portato alla ormai celebre traduzione polacco - resto del mondo della splendida saga di Geralt di Rivia di Andrzej Sapkowski. E un plauso anche ad Armenia che ha avuto il merito di distribuire nel nostro paese questa serie di autori e romanzi decisamente meno conosciuti di quanto meriterebbero. Ora so per certo cosa farò dopo aver letto tutte le saghe più famose: fantasy tedesco come se non ci fosse un domani!


Ma veniamo alla vicenda. I Masridi hanno invaso la terra dei Wlachaki, patria del protagonista, il ribelle Sten cal Dabran, e sullo sfondo delle lotte tra invasori e rivoluzionari si muovono inquiete le creature del sottosuolo: i nani e i possenti troll, con cui suo malgrado il nostro eroe si troverà presto a stretto contatto.

Una potenza misteriosa sta flagellando i Troll, indebolendoli nella loro millenaria faida contro i nani, mentre in superficie, il potente Zorpad, capo degli invasori Masridi, è sul punto di far scoppiare un conflitto per legittimare il proprio dominio sulla Wlachkide.

Beh, insomma, il romanzo si fa voler bene nonostante la lunghezza. Mi ha appassionato e fatto passare numerose belle serate. Il ritmo rimane quasi sempre sostenuto, il tono è sempre leggero e le avventure di Sten e compagni (grossi e pericolosi compagni) gradevoli e coinvolgenti.
Unica nota stonata, forse, il finale un po' moscetto, quasi senza climax, che però non mi impedisce di straconsigliare questa lettura a chiunque ami davvero il genere fantasy.