venerdì 20 ottobre 2017

Recensione [no spoiler]

Stepheng King

 

IT



Sono passati ben 27 anni da quando il demoniaco clown Penniwise ha terrorizzato i bambini di Derry e... del resto del pianeta.
E guarda un po', il caro Penny si risveglia famelico esattamente ogni 27 anni... così eccoci qua di nuovo a parlarne.

Devo ammettere che ho cominciato a scrivere questa recensione diversi giorni prima dell'uscita del film: al primo sguardo il rinnovato look del clown mi ha conquistato, e ho provato davvero ammirazione e stima per i visual artists che gli hanno dato vita.
Sulle prime in realtà mi sono detto: ma dai, con quei dentoni e gli occhi azzurri, non fa paura! Molto meglio il ghigno strabordante di zanne del mitico Tim Curry, il pagliaccio del 1990.



E invece no, era solo l'effetto nostalgico con cui idealizziamo le esperienze passate e discriminiamo il nuovo: questo It ha in sé qualcosa di ipnotico che mi ha davvero conquistato.
Così non vedevo l'ora di condividere il mio placet per il trucco del buon Bill Istvan Günther Skarsgård (che poi con uno che ha la passione per la Scandinavia e i vichinghi, se ti chiami Istvan Günther Skarsgård hai già vinto facile...), agghindato da malefico Pierrot in una goticissima mise desaturata che è a metà tra clown, bambola assassina e maschera del carnevale di Venezia.


Ma al di là dell'aspetto estetico It ha tanto da offrire al pubblico dei nostalgici e dei nuovi fan, molto più di un banale reboot.
In effetti già alla fine del primo tempo - volato - ricco di autocitazioni e scene che ricalcano quelle della miniserie del '90, sono piuttosto soddisfatto. Ci sono alcune invenzioni horror davvero belle, come un pauroso e distopico dipinto alla Modigliani.

 

La scoperta più bella di questa prima parte è senz'altro la recitazione: i ragazzi sono straordinari. Se Finn Wolfhard lo amavo già da Stranger Things (a proposito, venerdì prossimo inizia la seconda stagione!), gli altri sono stati una grande rivelazione; su tutti Ben (Jeremy Ray Taylor) e Sophia Lillis (Beverly), ma nel secondo tempo tutti danno davvero prova di essere già grandi in senso attoriale.
Molto ben caratterizzati anche i cattivi "umani", come il bullo Nicholas Hamilton (Henry).

 

Le due ore abbondanti scorrono via senza problemi, e anzi, alla fine ne vorreste ancora.
Alcune scene sono davvero un sogno (un incubo?) visivo, come quella del bagno di Beverly, quella della proiezione in garage, o, nel finale, la bocca spaventosa e senza fondo del mitico clown.
Un bel voto lo meritano anche le battute dei giovani protagonisti, che spezzano la tensione senza che l'atmosfera ne risenta.

Insomma paura, sarcasmo, effetti speciali spettacolari e revival anni '80: a questo nuovo It non manca nulla.
Tim Curry è e rimarrà l'originale (a livello cinematografico, s'intende), ma bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare.
Il nuovo clown galleggia molto in alto, e non vediamo l'ora che torni a spaventarci col secondo capitolo.

martedì 17 ottobre 2017

I concorsi letterari fanno schifo


Sì, per lo più lo fanno.
Mi capita spesso di partecipare a concorsi letterari (ma perché, direte voi, se credi che facciano schifo? Perché alcune isole felici esistono ancora), e a volte ottengo pure qualche risultato dignitoso.
Questo accade mediamente un paio di volte all'anno, nel resto dei casi, nisba.
E' normale: tanti partecipanti, concorsi non votati al fantasy, tematiche un po' distanti da quello che mi piace ecc.
In fondo è bello anche perché così ci si confronta con realtà esterne al proprio orticello.
Solo che alle volte fuori dall'orticello c'è il regno di Idiocracy, e ti ritrovi l'esimio giurato, sommo poeta, critico e scrittore Giggino o' Scannapuorc che premia componimenti che neanche in terza elementare avrei scritto tanto male. E non lo avrei fatto perché il mio buon maestro mi avrebbe ucciso prima.


Due esempi.
Quest'estate ho deciso di partecipare a un'interessante iniziativa: il racconto in dieci righe.
Bello! Una sfida avvincente condensare tutte le caratteristiche di un racconto in così poco spazio.
Sono carico, mi iscrivo e partecipo. Arriva la serata finale, a cui sei costretto anche se hai partecipato con l'Osteria numero venti perché i furboni hanno delegato l'annuncio dei vincitori all'evento. Chissene, andiamo.
"Millemila opere partecipanti, grande adesione, grazie a tutti per questo successo!" dice la presentatrice.
Poi comincia la lettura delle opere premiate, tipo un terzo del totale (c'erano tante categorie) e mi accorgo che su una trentina di componimenti segnalati solo due o tre potevano essere definiti "racconti".
Tutti gli altri erano filastrocche, pagine di diario, pensieri, cose, e la metà non erano nemmeno in linea col tema del concorso.
Verso metà della serata ha cominciato ad alzarsi il vento.
Ero io, o meglio, una parte di me, che vorticava furiosamente.


Nessuno pretende di essere considerato chissà chi, ma se c'è una cosa che mi fa incazzare come un'aquila è essere giudicato da incompetenti.
Se un giornalista o un romanziere "vero" mi dice: "guarda, fai schifo, lascia stare" io lascio stare.
Ma se mi rendo conto che chi mi passa davanti lo fa a causa dell'inadeguatezza della giuria (e che sia il Pulitzer o la sagra della cozza di Bustarsizio non fa differenza), allora no.
Perché io mi sono impegnato, ho riposto speranze, e l'ho fatto sapendo di aver rispettato le regole.
Un racconto ha una trama: se il tuo cacchio di "coso" in dieci righe non ha né capo né coda, non è un cavolo di racconto. Punto. E se anche fossi Hemingway, in quel concorso non ti premio.

Secondo esempio.
Mi lancio in un concorso di poesia. Mai fatto, ma è a tema fantasy, e mi ispira.
La poesia in questione è l'haiku.
Haiku significa - nella versione italiana (il giapponese ha, ovviamente, regole sue) - una metrica 5-7-5. Non rigida, interpretabile, ma sostanzialmente è così.
Dal punto di vista narrativo poi, l'Haiku - ed è ciò che lo caratterizza - deve avere in quelle poche sillabe il potere di saper evocare un'immagine, come il classico ramo di ciliegio fiorito.
Ispirato dal soggetto fantasy, produco Haiku come una rotativa dopo lo sbarco sulla luna. Mi iscrivo.
Escono i risultati, nisba. Vabbé, sono molto deluso (ci speravo) ma vabbé.
Poi vado a vedere le opere finaliste. Potrei fermarmi alla prima (non la vincitrice, ma la prima presentata), che contiene:
a) metrica sbagliata del primo e del secondo verso - che significa che sia chi l'ha scritto, sia chi l'ha valutato, non sa contare le sillabe in un Haiku;
b) orrore grammaticale nel secondo verso che la mia prof delle medie (assieme al succitato maestro elementare) mi avrebbe fatto cementare in un plinto e negato di avermi mai conosciuto;
c) nessunissima immagine evocata - il titolo avrebbe potuto essere Gargamella vs Goku e non sarebbe cambiato nulla.

Ma poi siccome sono un rompimaroni le controllate tutte: 5 su 7 hanno la metrica sbagliata. Non solo non dovevano essere in finale, ma neanche ammesse, dato che il regolamento parlava molto chiaro su cosa fosse un Haiku.

E poi c'è il concorso che "la serata finale annunceremo il podio", e quando arrivi trovi il libro del vincitore già stampato (sic!).

E quello in cui la giuria è il pubblico ed è composta per l'80% da casalinghe frustrate e - guarda un po' - il vincitore è il racconto pipì nghé nghé pannolini pappa (non scherzo).

Voi non sapete quanto (tantissimo, ndr) questa cosa mi faccia girare i cosiddetti.
Perché il panorama editoriale italiano delle piccole realtà fa schifo? Per questo!
Perché poi fioriscono le raccolte dei racconti che non sono racconti, delle poesie che violentano la poesia, dei romanzetti pipì nghé nghé e dei pornofantasy.
E io mi sono rotto, ma proprio rotto, della mediocrità promossa a discapito di quelle poche cose buone che non possono essere notate in mezzo a un mare di schifezza.
La democrazia non è applicabile a tutto. Se non sei in grado di giudicare un'opera, non lo devi fare. Se leggi non diventi automaticamente un critico, come se scrivi (e non conosci la tua lingua) non diventi uno scrittore.
Eccheppalle.

lunedì 9 ottobre 2017

Recensione - Blade Runner 2049

Ridley Scott

Blade Runner 2049 [no spoiler]

di The Gardener87

La fantascienza nel corso degli anni ha avuto numerose occasioni di dare il suo contributo al mondo del cinema, e in poche occasioni quel contributo è stato importante come quello del primo Blade RunnerEra dunque inevitabile che prima o poi qualcuno decidesse di farne un sequel, e dopo avere visto Alien: Covenant ero pronto al peggio.

Ma andiamo per gradi e vediamo punto per punto i vari aspetti positivi e negativi di questa pellicola.
Innanzitutto, come suggerisce il 2049 dopo il titolo, il film è ambientato 30 anni dopo le vicende di Rick Deckard, quindi è effettivamente un sequel e non un prequel.
Gli scenari sono molto suggestivi: la distopica metropoli si mostra in tutta la sua alienante magnificenza, resa ancora più sfavillante da effetti speciali di prim'ordine.
I palazzi vertiginosi e le immense insegne tridimensionali interattive conferiscono un aspetto estremamente cyberpunk alla città, arricchita dall'immancabile fan-service in cui vengono ripresentate location e abiti molto simili a quelli visti nella precedente pellicola.


Questi scenari però hanno un piccolo neo: proprio perché tutto è così bello finiscono per risultare leggermente fuori contesto; la città è perfetta, anche le prostitute sono impeccabili nel loro look futuristico, con gli elementi di degrado quasi tutti confinati al di là delle mura cittadine, a differenza della vecchia pellicola, dove la città prendeva vita proprio dall'alternanza delle sterili sale dei grandi palazzi con strade sporche e piovose brulicanti di folla multietnica.

Le sonorità della colonna sonora sono molto simili a quelle scelte da Vangelis nel 1982 e ci fanno dire proprio “musiche da Blade Runner”, anche se forse a tratti sono un po' troppo epiche e “bassose”.

Gli attori protagonisti sono tutti molto bravi e Ryan Gosling riesce molto bene in una parte tutt'altro che facile, dando vita a un personaggio in conflitto con la propria esistenza che scopre poco alla volta il peso dell'umanità. Poi Harrison Ford, che interpreta... Harrison Ford, come sempre alla grande, e anche Edward James Olmos fa una piccola comparsa insieme ai suoi celeberrimi origami.


Gli antagonisti invece risultano ben poco credibili, non per carenze attoriali ma per lo scarso spessore dei personaggi, che scadono in banali cliché da cattivi anni '80; le motivazioni degli androidi in fuga del primo film e del visionario signor Tyrell sono tutte plausibili, con azioni riconducibili alla logica dei personaggi, mentre questi nuovi avversari sembrano più che altro dei sociopatici disturbati proprio per la mancanza di chiarezza dei loro progetti e la scarsa coerenza di alcuni presupposti di base della storia.

Veniamo infatti alla parte più dolente di Blade Runner 2049: la storia.
Ammetto che per la fantascienza sono piuttosto pignolo (molti direbbero che sono un rompi...), però credo che in qualunque racconto di qualunque ambientazione debba rispettare in maniera rigorosa le proprie regole di coerenza interna, perché venendo meno questi presupposti, anche per poco, l'intera storia perde consistenza e tutto si annacqua tra i "se" e i "ma" che uno spettatore attento andrà a  sollevare.


Se nell'introduzione si dice che i vecchi Nexus 8 vengono “ritirati” dai Nexus 8s perché la precedente generazione non ubbidisce agli ordini, mentre la nuova sì, allora i gli 8s DEVONO obbedire senza esitare; la loro stessa esistenza si basa su questo presupposto. Non è una grande anticipazione dire che questo non accade. Inoltre questi nuovi modelli non vengono affatto dipinti come schiavi, non sono i muli da soma che ci aspetterebbe da esseri creati solo per servire, bensì tizi che vivono in piccolo appartamento (simile a quello di Deckard ma più ordinato e illuminato), ricevono benefit sul lavoro, e possiedono beni di conforto assolutamente inutili per un androide senz'altra identità oltre al proprio numero di serie.


Il ritmo della narrazione non è rapido, dilatato da drammatici silenzi, intensi primi piani e qualche scena veramente priva di significato, portando la pellicola alla ragguardevole durata di 163 minuti, che se non siete bravi nelle divisioni sono 2 ore e 43 minuti, un po' troppo per riuscire a mantenere sempre alta la tensione e l'interesse del pubblico in sala.

Alla luce dei fatti Blade Runner 2049, pur essendo un film piacevole, non raggiunge i fasti del predecessore e finisce per perdersi come lacrime nella pioggia.


mercoledì 27 settembre 2017

Recensione - L'Ira del Drago

Margareth Weis e Tracy Hickman

Ciclo delle Dragonships libro 3



Finire un libro è come prendere un bambino, portarlo in cortile e sparargli.
Almeno così diceva Truman Capote.
Beh, devo ammettere che un po' è vero; anche quando un romanzo risulta un tantino strascicato, quando non riesci a leggerne più di alcune pagine per volta perché sei stravolto dal sonno (e quindi significa che la narrazione è più debole della tua fisiologia), una volta letta l'ultima riga rimani con un senso di sospensione, di vuoto.
Improvvisamente ti è venuto a mancare qualcosa di importante a cui, nonostante tutto, non avresti rinunciato spontaneamente.

Capita persino quando sai (dannato Internet!) che il romanzo che stai leggendo sarà interrotto da un finale aperto - o meglio, da un non finale - persino quando al protagonista capita l'imprevedibile che tanto non può essere perché ci sono (o ci saranno) altri tre libri dopo quello.
Ecco, è successo anche dopo aver chiuso l'Ira del Drago, terzo capitolo della saga delle Dragonships, il ciclo d'ispirazione storica vichingo-roman-odisseggiante di Margaret Weis e Dori Ghezzi Tracy Hickman.



Ero tanto contento quando ho trovato in super sconto l'intera trilogia quanto mi sono intristito scoprendo che la saga - in realtà ben più lunga - è sospesa su richiesta dell'editore per permettere ai due Autori di terminare altri progetti prima di dedicarsi - e portare a conclusione - le avventure del Capo dei Capi Vindrasi Skylan Ivorson e compagni (e draghi). Ciò nonostante il bambino di Truman Capote ha fatto una brutta fine anche stavolta.

Sì, perché l'Ira del Drago è un romanzo coinvolgente pur non potendo brillare che della luce riflessa dell'intera saga, a mio parere ingiustamente poco famosa rispetto alle tante, troppe zozzerie che infestano gli scaffali delle librerie.
E' un libro di passaggio, che però grazie al mestiere della Weis e di Hickman riesce a mantenere alto il tiro e ha far maledire le scelte editoriali che obbligano i lettori a pregare perché il ciclo venga effettivamente concluso.
La narrazione riprende dal momento esatto in cui l'avevamo lasciata con Il Segreto del Drago, e nella prima parte ci mostra la fuga di Skylan e compari a bordo del mitico drakkar Venjakar per sfuggire al traditore Raegar, ora alleato dei sinariani e del nuovo dio Aelon.
Dopodiché la storia ci porta in fondo al mare e lì ci trattiene in compagnia del popolo degli Aquin quasi fino al movimentato finale/non finale.


Personalmente la svolta submariner dopo un po' mi è risultata noiosetta, di certo non appassionante come la prospettiva di uno scontro vichinghi VS orchi, e ho trovato alcuni passaggi un po' forzati, quasi ci fosse la necessità di allungare il brodo concatenando avventure su avventure secondo un stile che riesco ad apprezzare più nelle serie televisive che in quelle letterarie.
Però stiamo parlando della signora Weis e del signor Hickman, e lo si percepisce (anzi, lo si legge) in ogni singolo paragrafo. A questi livelli ti puoi permettere persino di essere noioso senza essere noioso.
In più le ultime trenta pagine riportano pathos e azione ai ritmi a cui ci avevano abituato i primi due capitoli, per cui complessivamente l'Ira del Drago si merita un bel voto, con buona pace del fu bambino di Capote.



Insomma, l'ambientazione può esaltare o meno, peccare un pochino di originalità (ma poi, perché una cosa deve essere per forza originale per essere bella? Il Signore degli Anelli non era certo più originale dei Nibelunghi!) ma quando è scritta come un manuale di sceneggiatura, con personaggi strutturati alla perfezione, in continua evoluzione personale, e un universo coerente e complesso, allora l'intero impianto non può che suscitare approvazione.

L'intera trilogia (perché porca miseria l'ho comprata pensando che fosse una trilogia e la recensisco come una trilogia) è da straconsigliare a chiunque legga fantasy.
Il ciclo delle Dragonships è ciccioso, e merita un posto bene in vista sullo scaffale di ogni nerd che si rispetti, anche grazie al bel progetto grafico dell'edizione Armenia.
Speriamo che il secondo terzetto giunga in fretta, e nel frattempo, che Torval vi accolga nella Casa degli Eroi e vi devasti di idromele per ingannare l'attesa.


martedì 5 settembre 2017

Recensione - La Saga di Gilead

di TheGardener87




LA SAGA DI GILEAD
(Gilead's Blood) di Dan Abnett e Nick Vincent.
Hobby & Work Publishing (2002)

Ero poco più che un ragazzino (bei tempi andati) quando per natale trovai sotto l'albero La Saga di Gilead, ambientato nel mondo di Warhammer, e, per il lettore che ero allora fu un'intensa esperienza.

Il libro narra delle vicende dell'elfo alto Gilead Lothain e del suo fedele Fithvael, gli ultimi superstiti della nobile casata di Tor Anrok.
Il romanzo si apre nel dramma: Gilead subisce una grave perdita che lo segna profondamente, avviandolo su quel solco di sventura e malinconia che lo guiderà tutta la vita.
Alieni al nuovo mondo creato dalle razze giovani i due elfi vagano in città abitate da creature rozze, dai costumi ai loro occhi aberranti, e si spingono fino a terre desolate dominate dalla Morte.
In questo viaggio i nostri eroi si prefiggono di volta in volta un nuovo scopo per dare senso alla loro esistenza altrimenti priva di significato.

L'ombroso Gilead è perennemente in bilico su una spirale autodistruttiva, ammantato dal luttuoso ricordo della perduta grandezza degli elfi; solo il suo compagno, il vecchio Fithvael, riesce a tenere viva la fiamma del suo valore: l'umanità di Gilead infatti risiede tutta nel cuore di Fithvael, senza il quale non sarebbe altro che un relitto pieno di amarezza che attende la fine in una torre diroccata.


Questo libro, di per sé non eccezionale, soprattutto se confrontato con altri fantasy più moderni, ha un posto importante nella mia formazione letteraria: per la prima volta vi ho trovato un eroe crepuscolare, fallibile e tragico, con più difetti che pregi. Arrogante, irascibile ed egoista, Gilead richiama alla mente Elric di Melniboné nel suo soggiacere ai propri difetti; il nobile elfo ha con il suo compagno di viaggio un rapporto simile a quello tra Sherlock Holmes e il Dottor Watson, dove il primo ricco di talenti ma mancante di una vera bussola morale è tenuto a galla solo dal coprotagonista, meno talentuoso ma ricco di valori morali e capace di impedirgli di sprofondare nel vizio e nell'autolesionismo.

Nel corso della narrazione i due elfi si cimenteranno in diverse imprese, collegate da un sottilissimo filo di speranza: trovare tracce dei loro simili, di un nuovo posto che possano chiamare casa, combattendo di volta in volta contro avversari sempre più feroci nel tentativo di sfuggire al vuoto che sentono crescere dentro.
Anche le forze del Caos, elemento centrale del mondo di Warhammer, qui giocano la propria parte, gettando un'ombra spaventosa e allucinante sulle avventure più significative dei due eroi.


Non entro qui nel merito delle singole storie che compongono il racconto, di cui solo alcune davvero sono in realtà davvero degne di nota, ma ancora una volta sottolineo l'aspetto principale: l'atmosfera oscura di questo libro, che lo rende particolarmente coinvolgente, e poi l'eroe, che pur nella sua assenza di umanità mette in scena in modo credibile numerosi difetti che permettono al lettore di partecipare alla profondità del suo lutto, simpatizzando per quello che altrimenti sarebbe (solo) un grandissimo bastardo viziato.

Le avventure di Gilead proseguono in Gilead's Curse, che non è stato tradotto in italiano.
Se cercate un libro fantasy con una trama complessa e imprevedibile questo forse non è il titolo per voi, ma se apprezzate un'atmosfera oscura e dalle tinte fosche qui ne troverete in quantità.

Recensione - I Cento Regni di Darkover

Marion Zimmer Bradley



Continuando la lettura di questo corposo ciclo fantasy - in rigoroso ordine cronologico rispetto alle vicende vissute sul celebre pianeta del sole rosso - sono approdato a I Cento Regni di Darkover, volumetto agile che raccoglie numerosi racconti selezionati, come usanza, da Marion Zimmer Bradley.

I Cento Regni del titolo connotano tanto le realtà feudali che hanno contraddistinto un antico periodo della civiltà fondata dagli umani sbarcati su Darkover, quanto il periodo stesso, detto, per l'appunto, dei Cento Regni.


In questo panorama così frammentato i Signori delle varie famiglie (i potenti Comyn e le genie minori) si danno battaglia a colpi di spada, intrighi e laran, i poteri mentali sviluppati da alcuni umani - e poi "coltivati" proprio grazie alla selezione genetica e a generazioni di matrimoni nobiliari - a seguito dell'ancestrale naufragio in questa regione remota dello spazio.


A differenza di altre antologie della serie (la produzione sorta attorno ai romanzi regolari della saga è pressoché sconfinata) lette finora, nei Cento Regni troviamo descritti anche esseri non umani, creature originarie di Darkover, che dopo la loro prima apparizione in Naufragio sulla Terra di Darkover (libro "zero" del ciclo) erano stati un po' messi da parte a favore degli intrecci dinastici e matrimoniali delle varie famiglie.


Questo è anche uno degli aspetti a mio parere negativi (forse l'unico, in realtà) della raccolta: nella prima metà del libro non si parla d'altro. Se ne parla in maniera gradevole, i racconti sono estremamente ben scritti e scorrevoli (soprattutto il primo, Aillard, di Diane Partridge), come del resto ci si aspetta dalla Bradley, una delle regine indiscusse del fantasy (qui in veste quasi esclusiva di selezionatrice), ma viene sempre riproposto pedissequamente lo stesso schema: una ragazza data in sposa contro la sua volontà a un ciccione unto e sudato (ma non tutte allo stesso ciccione, eh...).

Per fortuna la seconda metà riprende tono e smalto, e noi beceri maschietti possiamo godere di una decisa svolta verso lo Sword & Sorcery, che movimenta tutta la baracca.
Il racconto La Spada del Caos - che non a caso è della Bradley - è davvero bellissimo, tragico e coinvolgente, e così numerosi altri dopo di esso.


Diversi racconti narrano le vicende di uno dei personaggi simbolo della saga, Varzil il Buono, artefice del Patto che ha vietato l'uso delle terribili armi magiche sviluppate grazie all'uso del laran nelle Torri dei maghi (anche se su Darkover si chiamano Laranzu...), quali la Pece magica e la Polvere mangiaossa, svelandone i misteri della nascita e della gloriosa ascesa al Supramondo.

In definitiva quello di Darkover si conferma un ciclo imperdibile per gli appassionati del fantasy, tanto per gli scritti originali della Bradley, quanto per quelli "apocrifi" (che poi apocrifi non sono).
Credo che l'altissimo grado di strutturazione del mondo, lo stile un po' datato (non c'è la crudezza e la volgarità che è invece molto diffusa nei romanzi fantasy attuali, più Low Fantasy, tanto per usare le categorizzazioni che odio), che giunge fino alla creazione di neologismi derivati dalle antiche lingue umane evolutesi nel nuovo ambiente, come bredu per fratello, o dom per Signore, conferisca ai romanzi di questo enorme ciclo uno spessore che è difficile ritrovare in altre saghe.

E ora vado, me ne mancano solo altri centroquarantremila per finire il ciclo.

giovedì 27 luglio 2017

Recensione - I Canti di Hyperion

di TheGardener87


LA CADUTA DI HYPERION

I Canti di Hyperion (The Hyperion Cantos) di Dan Simmons sono una saga composta da quattro libri: Hyperion (1989), vincitore dei premi Hugo e Locus, La caduta di Hyperion (1990), Endymion (1995) e Il risveglio di Endymion (1997).

In questa recensione tratterò in particolare dei i primi due volumi, che costituiscono il primo arco narrativo dei Canti.

La saga de I Canti di Hyperion è un classico della fantascienza che riporta alla memoria le atmosfere della serie dei romanzi 'Urania'.
In questo futuro remoto l'umanità ha colonizzato pianeti dispersi tra stelle lontane, e ha costruito una fitta rete di teletrasporti dalla quale mondi altrimenti inabitabili sono del tutto dipendenti: esistono persino corsi d'acqua che grazie ai portali scorrono attraverso diversi pianeti, e ricchi proprietari che possono permettersi dimore sontuose in cui ogni porta si affaccia su un mondo diverso.


In quest'epoca di progresso però non sono scomparsi né crimine né conflitti armati, e numerosi pianeti celano misteri e segreti: reliquie di razze estinte, nuove religioni ed etnie con un loro peculiare approccio alla vita e alla tecnologia, come la Chiesa della Redenzione Finale, e gli enigmatici Templari, guardiani del pianeta Bosco Divino.

Al di fuori dell'Egemonia, l'unione dei pianeti della civiltà umana, esistono altri poteri: il Tecnonucleo, formato dalle intelligenze artificiali separatesi dai loro creatori per formare una comunità isolata ma cooperante con l'Egemonia, e gli Ouster, esseri umani che hanno viaggiato nello spazio tanto lontano e tanto a lungo da avere perso i loro connotati originali.
Gli Ouster hanno alterato profondamente la propria fisiologia tramite l'ingegneria genetica, fino a divenire una razza separata, e gli unici contatti che i pianeti dell'Egemonia hanno coi loro sciami sono violenti e brutali: questi alienati barbari dello spazio sono guerrieri spietati, e i pochi sopravvissuti agli scontri riferiscono eventi di terrificante crudeltà.
Dopo essere a lungo andati alla deriva gli Ouster stanno tornando verso lo spazio dell'Egemonia, e lo scontro finale tra le due civiltà è ormai imminente.


In questo variegato panorama un gruppo di persone viene convocato dal leader dell'Egemonia per compiere un pellegrinaggio sul pianeta Hyperion, alle Tombe del Tempo, misteriose strutture che provengono da un futuro lontano per le quali il tempo scorre al contrario, ormai prossime all'allineamento temporale col presente. Le Tombe del Tempo sono vigilate da una spaventosa creatura: un mostro cromato chiamato Shrike, venerato come una divinità della fine dei tempi.


In Hyperion i pellegrini, durante il cammino verso le Tombe del Tempo, raccontano ciascuno la propria storia, svelando i motivi per cui si sono uniti a questo strano viaggio, riproponendo la struttura de I racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucher, uno dei tanti elementi che rivelano la profonda cultura letteraria di Simmons e la grande influenza che essa ha esercitato sui suoi scritti. Questi romanzi dalla scrittura magistrale sono davvero fitti di riferimenti letterari, che non solo ritroviamo nelle citazioni e nella formulazione dei periodi, ma si insinuano nella trama fino a diventare personaggi della vicenda.

Nel secondo libro, La caduta di Hyperion, la narrazione si allarga ad abbracciare gli eventi al di fuori del pianeta Hyperion, indagando i rapporti dell'Egemonia col Tecnonucleo mentre la storia si evolve rapidamente verso il climax.


La variabile tempo è fondamentale in questi romanzi, una variabile fluida e mutevole: i racconti dei pellegrini ci portano a diversi momenti del passato, oppure in un tempo soggettivo, sia per gli effetti dei viaggi spaziali alla velocità della luce, che per quelli del campo anti-entropico delle Tombe del Tempo. Il passato di uno dei pellegrini potrebbe essere il futuro di un altro: a volte non è possibile distinguere con chiarezza, almeno fino al momento in cui l'intreccio degli eventi viene finalmente alla luce.

La narrazione è molto fluida, piena di mistero, suspense e colpi di scena. Gli eventi descritti sono spesso drammatici, con poco spazio per l'umorismo e la leggerezza, e tutto il racconto è focalizzato sul proseguimento della trama: anche eventi apparentemente distanti dalla vicenda dei pellegrini, venendo a maturazione, si andranno a innestare perfettamente nella struttura del racconto.
Nel finale le storie dei protagonisti giungono a una soddisfacente conclusione, lasciando alcune aperture sulle quali saranno basati i due romanzi successivi dei Canti: Endymion e Il Risveglio di Endymion.


Endymion e Il Risveglio di Endymion, i romanzi conclusivi del ciclo di Hyperion, si svolgono tre secoli dopo la fine de La caduta di Hyperion, anche questi sono racconti di pregio, ma non incalzanti quanto i precedenti, mancando di quel complesso intreccio di punti di vista e tematiche che rendono tanto coinvolgenti i primi due. La seconda metà dei Canti svela però molte cose sugli Ouster, sugli eventi intercorsi negli intervalli temporali non trattati in precedenza, sulla sorte dei pellegrini e sull'universo di Hyperion in generale.

Una menzione particolare spetta al misterioso Shrike: una creatura spaventosa, le cui apparizioni sono sempre cariche di tensione, la cui muta presenza è capace di suggerire molti segreti: egli è il custode delle Tombe del Tempo e il destino che ha in serbo per le proprie vittime è tra i più atroci e cruenti. Per alcuni è un messia, per altri una musa, per altri ancora una nemesi; terribile d'aspetto e dotato di capacità metafisiche spostandosi lungo il fiume della storia lo Shrike è divenuto, nel proprio tempo soggettivo, antico e tenebroso, una creatura da incubo che merita senza dubbio un posto nel pantheon dei mostri sacri della fantascienza.


In conclusione questi Canti di Hyperion hanno tutto il diritto di essere annoverati tra i capolavori della fantascienza, e sono infatti considerati una delle opere di scifi "epica" più importanti della fine del XX secolo.
Dan Simmons è uno scrittore di grande talento, capace di infondere i suoi romanzi imprevedibili e complessi con un'atmosfera propria dell'epica classica, ricca di pathos e coinvolgimento, caratteristica propria della sua intera produzione letteraria, in cui si innestano raffinate citazioni senza rendere pesante la lettura.

Perciò tuffatevi in questo viaggio ai confini della fantascienza, che vi porterà là dove nessun altro è mai giunto prima.



lunedì 24 luglio 2017

La lunga agonia del fantasy

Ho deciso di scrivere questo post perché c'è davvero bisogno di una bella pulizia. Non è possibile che la rete sia invasa da tanta spazzatura.


È meraviglioso che tutti possano scrivere, è pessimo che tutti possano pubblicare (per questo vi sollazzerò con cover come questa, così capite).
In certi campi la democrazia non è applicabile: se qualcuno sostiene che 2+2=5 la sua opinione non va rispettata. Gli si dimostra che ha torto e, se continua, lo si prende a randellate nei denti.
In arte è lo stesso. Un cesso in mezzo a una stanza non è un'opera d'arte perché se l'arte è negli occhi di chi guarda allora nulla lo è oggettivamente. La teoria della comunicazione insegna che il codice deve essere condiviso tra mittente e destinatario. Se il sedicente artista non mi spiega per filo e per segno perché ha messo un cesso in una stanza, di fatto non sta comunicando nulla. Ergo, niente arte, e il randello di prima torna buono...
La letteratura ovviamente è arte, ed è un'arte costituita da comunicazione allo stato puro; occorre perizia e mestiere per fare lo Scrittore. Giusto provarci, ma bisogna studiare.

Tanto per dar peso a questo ragionamento mi fa piacere citare Ernesto Hemingway, il quale, con estrema delicatezza ci ricorda che: "la prima stesura di qualsiasi cosa è merda". Bene, il 99% del fantasy che si trova online (e mi limito al genere che mi è più familiare) è una prima stesura. A voi la conclusione del sillogismo.

Ad aggravare la situazione aggiungo che si tratta della prima stesura di gente che non conosce il mestiere. Quindi alla massa dei refusi e degli orrori grammaticali si vanno a sommare un vocabolario da terza media e l'assoluta mancanza di struttura, di coerenza, di climax e più o meno ogni altra cosa definisca un romanzo come tale.


Anche io da grande volevo fare l'autore esordiente (o "emergente", come se si potesse emergere da questo mare di mediocrità solo per aver pubblicato altra cacca, di fatto, alimentando un loop terrificante), però, quando la mia Casa Editrice ha chiuso i battenti, io ne ho approfittato per studiare. Così, corsi di scrittura e manuali di sceneggiatura alla mano, mi sono reso conto di quanto non fossero buoni i miei lavori. Risultato: essi sono tornati nei proverbiali cassetti, ed è lì che rimarranno finché non saranno davvero all'altezza, se mai avverrà.

Poi continuerò a scontrarmi col mercato dell'editoria e le sue difficoltà, ma con la consapevolezza di lottare con armi non spuntate.
Ma veniamo al dunque: siccome tutto questo sfogo è nato dalla lettura di alcuni pseudo autori, mi fa più che piacere passare a esempi concreti.
Il primo (tanto per buttar lì un po' di contraddizione) non è in realtà opera di un esordiente, ma il risultato di un lavoro di traduzione grossolano figlio a sua volta di un mercato che fa della quantità - e non della qualità - il suo fine principale (ed è incentivato dalla totale mancanza di cultura letteraria del pubblico di casa nostra. "Eh, bravo lui, se non gli piace allui allora èbbrutto, ma tutti i gusti so' gusti" direte voi. Sì, finché non mi volete convincere che 2+2 fa 5, poi è randello).

Prima però, a Cesare quel che è di Cesare, ovvero, prima le scuse.
Mi scuso. Mi prostro, non lo faccio più. Ma ero in vacanza e cercavo un librino aggratis da scaricare. Ho scritto fantasy su Amazon ed è uscito questo "Cara's Twelve" (motivo per cui dovrebbero essere LORO a scusarsi...). 


Ogni tanto il romanzo di uno sconosciuto lo prendo su, sai mai. E poi ammetto che mi piacciono le atmosfere da salottino inglese alla Jane Austen (motivo per cui ho subito adorato Robert Jordan e le sue Aes Sedai). Insomma, più o meno sapevo a cosa andavo incontro. Più o meno.
Salto direttamente al 35% del libro, perché la prima parte al massimo pecca di ignavia. Ma qui cominciano le perle.
Al 35% del libro si legge: "mi fermerò in ogni momento, okay?"
OKAY? In un libro "fantasy", okay? Va bene che lo scopo (variare l'accento sulla prima O per scoprire il leitmotiv del romanzo) di sta roba è altro dalla narrativa, va bene che gli uomini sono tutti così



e le donne tutte così


e che per salvare il mondo l'unica cosa da fare sia trombare come vulcaniani durante il Pon Farr,



va bene la traduzione piena di refusi - che magari la poveretta la pagano 1€ a collana - e il vocabolario che è, come si diceva, da terza media.
Va bene tutto. Ma OKAY NO!
Ma se il primo terzo di libro è solo noioso, adesso subisce una svolta grottesca. La protagonista (un mignottone - finora solo potenziale - di proporzioni gargantuesche, che ha un "mancamento" ogni volta che un maschio le passa accanto) ha appena porneggiato nel bosco -  senza alcun motivo ammissibile nell'ottica del personaggio che era stato mostrato fino a quel momento - donando la sua virtù al primo che passava (giuro: al primo che passava). Arriva un altro maschione del suo entourage, la porta nel carro e le dice - attenzione perché questa è fantastica - : "ora ti devo pulire." ORA TI DEVO PULIRE???
Cara è prossima a diventare regina, è perfettamente sana (magari un po' stanchina di chinarsi per... raccogliere funghi nel bosco, ma sana), e questo la deve pulire???
Lettrici, ma compratevi un abbonamento a iuporn che lì la gente è più credibile!
E poi il finale, beh, non lo so come va a finire (ma lo immagino!), non ce l'ho fatta. A metà l'ho abbandonato. Questa roba uccide la credibilità del fantasy. Beninteso, per me potete leggervi quello che vi pare, ma nelle librerie, che siano fisiche o digitali, sta roba non va accostata al genere fantasy. E' per questo che Martin non finisce il Trono di Spade, perché gli viene un infarto ogni volta che vede gli scaffali delle librerie. E se muore prima di terminare, io so già con chi prendermela.

Altro giro altro regalo di questa mia breve escursione tra le zozzerie della rete.
Il cacciatore di pietre, di A.H. Den. 


Di questo ho letto solo l'anteprima: 46 (non 3, non 10: 46) pagine di refusi, contestualizzazione approssimativa, personaggi incomprensibili, ambientazione fumosa (è Fantasy? Fantascienza? Steampunk? Cosa! Cosa?!) e narrazione frammentata in millemila cambi di scena
Inoltre, ditemi, voi, se, non, vi, rompereste, i, maroni, a, leggere, frasi, scritte, tutte, così.
Un editor cieco avrebbe risistemato (almeno) la leggibilità dell'anteprima in un'ora di lavoro.

A onor del vero va spezzata una lancia (possibilmente sulla schiena) a favore di tutti quelli che hanno il sogno di scrivere e non vengono aiutati dalle Case Editrici.
Eh sì perché se chi si autopubblica di solito è reo di lesa maestà nei confronti della Scrittura, chi si rivolge da neofita, magari con delle buone idee da sgrezzare (spesso, nelle prime stesure gettate in pasto alla rete ci sono ottimi spunti), a supposti professionisti del settore, dovrebbe vedersi affiancato un correttore di bozze, un editor, un disegnatore, insomma, qualcuno che gli dica:"questo fa schifo, questo va tolto, questo si valorizza così" ecc (tipo: smettetela di usare le D eufoniche, cacchio!).

E invece la maggior parte delle CE minori, soprattutto quelle digitali, non fa nulla di tutto ciò, col risultato che la galassia degli isbn si arricchisce di continuo di nuove "perle" che non subiscono alcun tipo di filtraggio o di miglioramento. Il tutto a fronte di percentuali di royalties ingiustificatamente basse, che assegnano allo pseudo scrittore sì e no un terzo del guadagno quando va di lusso (anche se di solito di guadagno, per lo scribacchino, in questi casi non se ne vede, perché esistono quasi sempre franchigie che mettono al sicuro lo pseudo editore dall'elargizione di compensi. E dell'editoria a pagamento non voglio neanche parlare).

Quindi, in conclusione, mi permetto da Signor Nessuno (sono a casa mia in fondo, quindi pontifico quanto cavolo mi pare) di consigliare a chiunque intenda scrivere di studiare, studiare e studiare, e poi affidarsi a un revisore professionista (sì lo so, costano, ma è per il vostro bene, per quello della vostra tecnica, della qualità dell'editoria italiana e soprattutto per il mio, che non ne posso più di leggere schifezze). Solo dopo questo step potrete e dovrete cominciare a lottare per pubblicare (e non autopubblicare).

Se non avete voglia e/o capacità di sudare sangue, riscrivere, fare autocritica, buttare nel cesso interi capitoli, beh, il vostro hard disk è un posto caldo e sicuro, lontano dalla tempesta. Tenetelo lì il vostro romanzo, và.

Chiudo con la preghiera delle due di notte.
Vi prego, lettori e colleghi bloggettari, smettetela di alimentare il loop di visibilità di sta roba con recensioni sbrodolanti e profusioni di stellette che neanche la notte di san Lorenzo.
Smettetela anche, pseudo scrittori, di farvi le recensioni da soli.
Inoltre smettetela, tutti, di taggare come fantasy romanzi erotici, rosa, urban, romance, distopici, e soprattutto vampireschi dove adolescenti trombano lupi mannari che salvano angeli che trombano demoni che sono in realtà vampiri adolescenti arrapati.

Basta, davvero. Ho parlato con Tolkien l'altra sera. Mi ha detto che gli avanza un troll di caverna. Smettetela o ve lo faccio scatenare contro finché non restituirete il fantasy ai legittimi proprietari.


mercoledì 12 luglio 2017

Recensione - Malazan dei Caduti

La Saga

di The Gardener87




In questa recensione voglio parlare dell’intera saga di Malazan e della personale esperienza che ne ho tratto, senza svelare dettagli fondamentali sulla trama.

La Caduta di Malazan (Malazan Book of the Fallen), l’opera di 10 libri scritti dal canadese Steven Erikson tra il ’99 e il 2006 (edita in Italia tra il 2004 e il 2016) è nella mia esperienza la saga fantasy più complessa e strutturata in cui mi sia imbattuto, con una completezza paragonabile solo alle opere di Tolkien.

Ho cominciato il primo volume [I Giardini della Luna, NdR] dopo che la saga mi era stata caldeggiata fortemente, e, nonostante nelle prime pagine avessi avuto alcuni dubbi in merito alla profondità dell’opera, a causa di uno dei molti personaggi presentati (che temevo facesse sprofondare il tutto nel classico fantasy col giovane eroe di scarso spessore) mi sono ricreduto completamente quando l’audacia e la vastità dell’opera hanno cominciato a dipanarsi.




La saga di Malazan prende l’avvio dalle vicende di un’armata dell’omonimo impero a poca distanza da un colossale avvicendamento di potere; sulle vicende di questi soldati si andranno a intrecciare decine di altre storie e centinaia di personaggi dotati di una propria autonomia narrativa. In questo grande racconto molte volte le vicende sembrano allontanarsi dal filone principale, che non è facile da identificare, per poi tornare a convergere inaspettatamente: più di una volta infatti, un personaggio, che a prima vista pare solo uno dei tantissimi nomi, si rivela una pietra miliare della trama, con le proprie ambizioni e la sua crescita personale.

In questa saga Steven Erikson descrive e definisce un mondo con storia, cultura, popoli e pantheon diversificati, insieme alla struttura stessa del multiverso, a sua volta influenzata dalla natura della magia; il mondo di Malazan rientra a pieno titolo nel genere high-fantasy, dove gli dei sono personaggi attivi del racconto, il cui fato è legato a doppio filo a quello dei propri fedeli e del mondo mortale che tentano di influenzare.

In questi racconti, vi avviso fin d’ora, la morte è in agguato, tra i personaggi che si affollano sullo sfondo, tra gli eroi e tra gli antagonisti: nemmeno gli dei sono al sicuro dal destino infausto.
Eroi e antieroi sono divisi da un confine labile: la molteplicità dei punti di vista conferisce spessore alle fazioni, ciascuna spinta da diverse motivazioni e desideri. [Qui c'era un commento del Giardiniere sulla fragilità dell'animo umano, cassato per la palese inadeguatezza al contesto. Voglio però lasciare il mio biasimo a imperitura memoria  del suo momento di debolezza. Che non capiti più: shame on you, Gardener! NdR]


I testi sono di grande qualità e le riflessioni profondamente introspettive, contribuendo in maniera fondamentale alla caratterizzazione psicologica di personaggi, che, dal primo all'ultimo non mancano di aprire al lettore una finestra sulla propria coscienza, con tutti i turbamenti e le passioni che li animano.

Questa saga merita di essere considerata una vera e propria pietra miliare del fantasy moderno, e colloca Steven Erikson - nella mia classifica personale -, nella stessa posizione occupata nella fantascienza da Dan Simmons (autore del ciclo “I canti di Hyperion”). Tuttavia non è esente da alcuni difetti.
La narrazione, pur essendo molto coinvolgente, a volte rimane soffocata dalla mole stessa del racconto: la sensazione di non riuscire ad afferrare la direzione della trama, lo sforzo di ricordare a chi appartiene un nome e in quale occasione ha fatto cosa, si amplifica man mano che si prosegue nella saga. In alcuni passaggi sembra che interi filoni narrativi, per quanto interessanti, rimangano fini a se stessi, e molti di questi lasciano quesiti irrisolti nel finale.
Tra i volumi che compongono l’opera l’ottavo [I Segugi dell'Ombra, NdR] e il nono [La Polvere dei Sogni, NdR] risultano meno scorrevoli dei precedenti: qui il flusso degli eventi sembra trascinarsi pigramente tra le riflessioni e le speculazioni di molti personaggi, lontano dal susseguirsi di fatti e rivelazioni tipico dei primi volumi, ricchi di incontri carichi di tensione alternati a momenti dai toni leggeri.



Alla fine della storia non posso, in tutta franchezza, affermare di avere compreso la trama, sulla quale dovrò riflettere a lungo, forse persino tentando una seconda lettura per mettere in ordine i pezzi del puzzle.
Nonostante l’incredibile complessità, non posso però in alcun modo considerare quest’opera meno che eccezionale, destinata a influenzare profondamente il mio personale approccio al genere fantasy.

Dopo anni di romanzi fantasy in cui le sublimi vette del potere e della magia erano solo scuse per fare evadere protagonisti adolescenziali dal dramma della realtà amorosa – oltre che dalla pochezza della loro profondità psicologica – questa saga di Malazan ci tuffa in un mondo di dei, ascendenti, umanoidi e bestie, dove la magia è una forza costituente e in evoluzione, intrecciata nel tessuto della realtà con sentieri e stratificazioni innumerevoli.



Se siete appassionati del genere fantasy non potete lasciarvi sfuggire quest’opera imponente, che sono sicuro vi colpirà quanto ha colpito me.
Se siete anche amanti dei Giochi di Ruolo poi, ci andrete a nozze: Steven Erikson e Ian Esslemont hanno descritto quest’incredibile mondo proprio come ambientazione per un GdR e, dopo i primi rifiuti hanno avuto la forza di trasformare le proprie idee in grandi romanzi, anche esterni al ciclo principale del Libro dei Caduti di Malazan.
Se non siete amanti del fantasy invece, perché non avvicinarsi a esso con questo capolavoro?

Non lasciatevi intimidire dalla mole degli scritti: i primi cinque libri [I Giardini della Luna, La Dimora Fantasma, Memorie di Ghiaccio, La Casa delle Catene, Maree di Mezzanotte, NdR] possono considerarsi autoconclusivi, ma arrivati a quel punto sarete probabilmente troppo coinvolti per abbandonare la lettura di questa epica vicenda.


La Caduta di Malazan è sicuramente una lettura impegnativa, ma che non mancherà di ricompensare chi saprà dedicarvi l’attenzione che merita.